«Per liberarci del virus servirebbe un lockdown di un mese»

È una lotta contro il tempo, anche se di tempo ne è rimasto veramente poco. Ed in quel che rimane si devono assumere scelte difficili. Del costante aumento dei nuovi casi giornalieri e dell’«anomalia» bresciana, in cui i nuovi positivi al Sars-Cov-2 ogni centomila abitanti sono superiori a quelli di altre province lombarde, abbiamo parlato con Roberto Battiston, professore di Fisica all’Università degli Studi di Trento che da mesi analizza in modo scientifico l’andamento della pandemia.
Cosa fare. Afferma: «Le strade da percorrere non sono molte: o si accetta che la pandemia faccia il suo corso, con il suo carico di contagiati, malati e morti, oppure bisogna adottare la scelta drastica del lockdown analoga a quella dello scorso marzo. In questo modo, nell’arco massimo di un mese, ma anche meno, la curva epidemica scende fino ad esaurirsi. È un sacrificio molto duro, ma è la strada certa per giungere alla destinazione cui tutti puntiamo, ovvero il graduale ritorno alla normalità. Sta accadendo qualcosa di simile a quanto avvenuto lo scorso ottobre quando all’improvviso l’indice di contagio Rt ha iniziato a crescere passando in tre settimane e mezzo da 1,15 a 1,85. Ricordo che allora non era obbligatoria nemmeno la mascherina e la pandemia è ripartita in un contesto che non era chiuso».
Chiusure mirate. In alternativa alle due scelte agli antipodi, vi è quella che sta percorrendo anche Regione Lombardia, con chiusure mirate di comuni in cui il contagio corre più forte. «Se, dopo analisi mirate locali, si adottano misure di mitigazione per fermare il contagio, i risultati si ottengono. Ma non bisogna perdere tempo e, soprattutto, bisogna mantenere le chiusure per almeno un mese. Tutti ci ricordiamo Codogno. Ebbene, sia lì sia a Vo’ Euganeo, il virus è stato estirpato perché si è intervenuti subito in modo molto duro. Ha avuto un costo altissimo per la popolazione, ma ha pagato».Perché a Brescia. Rimane la domanda di fondo: perché a Brescia e provincia il contagio in queste settimane corre più veloce rispetto alle altre undici province lombarde? «In ogni zona la pandemia ha una sua dinamica che si somma in modo complesso ed intricato a tutte le altre - continua Battiston -. Il picco della seconda ondata in Lombardia si è registrato lo scorso 20 novembre. Poi la curva è iniziata a scendere, ma non allo stesso modo in tutte le province. A giocare in questo sono più fattori, tutti collegati tra loro in modo complicato. La discesa a Brescia è stata più lenta anche di realtà vicine, come quella di Bergamo. Una decrescita che è continuata fino a Capodanno, quando abbiamo pagato il liberi tutti delle giornate di shopping prenatalizio perché, ricordiamolo, gli effetti che si vedono in determinato giorno sono frutto di comportamenti adottati una decina di giorni prima. Ebbene, all’inizio di gennaio a Brescia l’indice di contagio Rt ha fatto un salto, passando da 0,90 a 1.3/1.4. In realtà, è aumentato in tutta la Regione ma le altre aree, che erano scese di più nelle settimane precedenti, sono state avvantaggiate. Il risultato - aggiunge il professore - è che l’indice di contagio di Brescia è andato sopra uno ad inizio anno e lì è rimasto».
Tanica di benzina. Battiston ricorda, facendo un esempio nazionale, che «a settembre l’Rt cominciava a salire ma avevamo 50mila infetti, adesso sono 400mila. Queste persone sono la benzina che può moltiplicare il fenomeno di contagio. Il fiammifero è l’indice di contagio: se supera 1, ed è la situazione di Brescia da molte settimane, l’epidemia ha un serbatoio di carburante enorme». Siamo in piena seconda ondata, con una forte ripresa della crescita. Lo ribadisce il professore di Fisica sperimentale, ricordando che «la causa dell’attuale andamento della pandemia è da attribuire, con probabilità, alle varianti più contagiose che hanno preso il sopravvento».
Le varianti del virus. Anche a Brescia? «Ovviamente, anche nella vostra provincia le varianti al virus originario ci sono e sono anche già state identificate - aggiunge -. Tuttavia, credo che l’attuale ulteriore diffusione dei contagi sia solo in parte legata al virus mutato. In Umbria, regione attualmente in zona rossa, la ripartenza della pandemia è avvenuta a razzo a causa delle varianti. Questo non lo si osserva nei dati bresciani. Che altro non sono che frutto della dinamica di una situazione in cui si è rimasti per troppo tempo con l’indice di contagio superiore ad uno pensando però di essere al di sotto. Questo ha scatenato meccanismi psicologici di parziale rimozione del problema e, di conseguenza, di comportamenti di massima attenzione». Le varianti, però, ci sono, molto più aggressive del virus ordinario e che gradualmente diventeranno la forma dominante.
L’appello di Battiston: «Se ritardiamo le azioni di contenimento ci fermeremo solo quando il sistema sanitario non reggerà più l’urto, rischiando di trovarci in una situazione peggiore di quella vissuta ad ottobre». Tra i molti strumenti che abbiamo a disposizione per rallentare la pandemia, la rapidità di intervento deve avere la priorità. Conclude: «Chiudere tutto, magari tra una settimana, è meno utile degli interventi pesanti e rapidi in zone limitate, quelle in cui il virus circola maggiormente e l’indice di contagio è pericolosamente in salita».
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