La sofferenza del ceto medio bresciano, lavoratori dipendenti e pensionati. Nei tre anni della pandemia redditi e livelli di spesa sono rimasti stabili, ma al suo interno sono cresciute le disuguaglianze. A cominciare da quelle territoriali: in città si guadagna più che nel resto della provincia. Inoltre, si allarga la forbice fra i redditi più bassi e quelli più alti.
Senza contare le disparità tradizionali fra maschi e femmine (hanno un reddito di un terzo inferiore), fra giovani e anziani (dichiarano un terzo in più dei 30-45enni), fra italiani e stranieri (guadagnano il 37% in meno), tra le famiglie senza e con figli a carico (reddito inferiore del 41%). Tutto ciò si riflette in modo pesante sul livello di spesa di chi guadagna di meno, sempre più penalizzato nell’accesso alla sanità e all’istruzione. Sono alcuni degli elementi che emergono dal rapporto «I redditi della classe lavoratrice popolare», realizzato dalle Acli bresciane con l’Istituto per la ricerca sociale (Irs) e presentato ieri. Una radiografia sulla condizione economica e sulla capacità di spesa di una fetta significativa del ceto medio.


