Nell’anno del Covid i bresciani hanno perso al gioco 277 milioni

Il Covid-19 manda «in rosso» il gioco d’azzardo. Il volume di denaro che gira attorno a questo mondo si è contratto. È successo a livello nazionale, con il cosiddetto «giocato» che dal 2019 al 2020 è passato da 110 a 80 miliardi di euro. Ma anche a livello locale: la chiusura di sale slot, bingo e centri scommesse ha portato da 1,9 miliardi a 931 milioni la somma di denaro bruciata in un anno in questo settore nella nostra provincia (gioco on line escluso). E, dato ancora più eloquente, i bresciani hanno perso 450 milioni nel 2019 e, «solo», si fa per dire, 246 milioni l’anno scorso (gioco telematico a parte).
«Le famiglie bresciane con un membro affetto da disturbo da gioco d’azzardo nel 2020 hanno "risparmiato" ben 204 milioni di euro», osserva Daniela Capitanucci, referente scientifico dell’associazione Azzardo e nuove dipendenze (And), che ci ha fornito i dati in questione. «Da uno studio che abbiamo condotto i giocatori in cura si sono sentiti sollevati durante il lockdown proprio per l’assenza di occasioni di azzardo».
Qualcuno, è vero, ha riversato la propria dipendenza sul gioco on line, ma «l’incremento registrato da questo settore non ha compensato la perdita subita dal gioco fisico». Degli 80 miliardi bruciati in Italia nel 2020 «metà derivano dal gioco fisico e metà da quello telematico - aggiunge Capitanucci -, che nel 2019 in Italia era a quota 36,4 miliardi. Dal 2015 in poi quest’ultimo è in crescita e ruba pezzi di mercato al gioco fisico, ma l’aumento del 2020 è stato inferiore a quanto si potesse immaginare». Stando sempre ai dati forniti dall’associazione And che lavora su tutto il territorio nazionale, il gioco telematico nel Bresciano lo scorso anno ha attratto 539 milioni di euro (a fronte dei 931 milioni del gioco fisico). A tanto ammonta il «giocato», o meglio «la raccolta, ossia tutto il volume di denaro che gira attorno a questo settore: vincite, perdite, tasse, proventi dell’industria del gioco... Quanto invece alle perdite reali, ai 246 milioni andati in fumo con il gioco fisico, se ne aggiungono 31 milioni persi col gioco on line».
Complessivamente si può quindi dire che nell’anno del Covid-19 i bresciani hanno perso al gioco 277 milioni». Una cifra, come si può immaginare, concentrata in relativamente poche famiglie: «L’Istituto superiore di sanità sostiene che il gioco patologico interessi il 3% della popolazione adulta e il 3% dei minorenni». Le grosse perdite vengono registrate dai giocatori più accaniti, più costanti. Persone «di tutte le età e di tutte le fasce sociali. In passato il problema riguardava soprattutto gli uomini, ora un terzo dei soggetti affetti da questi disturbi è donna. Tendenzialmente i maschi affetti da questi disturbi hanno dai 25 ai 40 anni, le donne sono più agé. Ma, ci tengo a sottolinearlo, nessuno è immune dal problema. Alcuni giochi, come le slot machine, che si prendono il 50% del mercato, si fondano sul "principio del rinforzo". Ossia offrono la possibilità di vincere subito, cosa che invoglia a ritentare anche dopo aver perso. Ma più si insiste e più risulta evidente il margine del banco, che c’è sempre e sulle slot è del 30%».
Quello dell’azzardo, dicevamo, non è un mondo fatto solo di adulti. Come spiega Capitanucci «i ragazzi iniziano a giocare scommettendo sullo sport, una pratica che di questi tempi viene purtroppo vista come un accessorio della passione sportiva. Le ragazze, invece, iniziano con i gratta e vinci, ma generalmente quando sono un po’ più grandi. A differenza di quanto si possa immaginare gli adolescenti prediligono il gioco fisico: è emerso anche da una ricerca che abbiamo condotto su 1.500 studenti delle scuole superiori». Fa riflettere, infine, il fatto che il primo approccio in un caso su due avvenga in famiglia: «Il fatto che i genitori o i nonni giochino, anche solo saltuariamente, o dimostrino di avere un atteggiamento permissivo espone i ragazzi all’accesso precoce al pericolo».
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