La vita di Giulia Minola non è stata tutelata; l’inchiesta sui fatti di Duisburg non è stata adeguata ed efficace; non sono state rispettate le garanzie di un equo processo. Sono questi i tre pilastri su cui si regge il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la Cedu, inviato nei giorni scorsi dalla famiglia di Giulia Minola tramite l’avvocato Federico Di Salvo, assistito dal collega tedesco Daniel Henneke Sellerio.
Il ricorso arriva dopo che l’anno scorso il processo per la strage della Loveparade è stato archiviato a pochi mesi dalla prescrizione. Senza giustizia. Il 24 luglio 2010 la ventunenne bresciana studentessa di moda morì assieme ad altre venti persone durante il raduno musicale organizzato a Duisburg. Una festa trasformatasi in tragedia - con oltre seicento feriti - a causa delle gravi carenze organizzative, a cui sono seguite indagini che non hanno scavato a fondo nei vari livelli di responsabilità (gli indagati furono poco più di dieci). A ciò si è poi aggiunto un processo presentato come storico e sgonfiatosi rapidamente di fronte alle difficoltà nell’attribuire le colpe ai dieci imputati. L’archiviazione decisa nel maggio 2020 ha rappresentato un colpo che avrebbe abbattuto chiunque, ma non la famiglia di Giulia e in particolare la madre, Nadia Zanacchi, che ha deciso di rivolgersi alla Cedu per una battaglia legale contro la Repubblica federale tedesca.



