Abdullah Shirzad ha 37 anni, una moglie e tre bambini. Da poco più di una settimana vivono a Brescia, dopo aver trascorso la quarantena a Bolzano. Fanno parte dei profughi afghani portati in salvo perché collaboratoridel governo italiano in Afghanistan «Almeno lassù non faceva caldo». Sorride. Riesce ancora a sorridere, dopo aver abbandonato in fretta e furia il suo Paese per non rischiare la vita.
«Brescia? No, la città non la conoscevo proprio, ma so tutto della sua squadra di calcio, fin da quando era in serie A con Roberto Baggio e mi piacerebbe andare allo stadio a vedere una partita del Brescia». Un momento di leggerezza nella lunga intervista in cui sono prevalse l’amarezza, la disillusione e il dolore. «Penso che il mio popolo sia scioccato, non rassegnato: non sono gli afghani ad aver rinunciato a combattere contro l’avanzata dei talebani, quanto il presidente Ghani che ci ha traditi». Shirzad è di Herat, la città dell’Afghanistan occidentale sede della base italiana nel Paese asiatico. Ora vive con la famiglia in un appartamento del Centro di accoglienza straordinaria gestito dalla cooperativa «La Rete» e rientra nel primissimo nucleo del centinaio totale di profughi afghani che il ministero ha destinato a Brescia.



