Inno e tabelline nelle lezioni in dad per gli studenti ucraini

La classe di Lev è davvero speciale: da un banco all’altro c’è il fuso orario, la temperatura oscilla di parecchi gradi, la cattedra si trova a chilometri e chilometri di distanza. E le lezioni si interrompono quando suona la sirena. Lev, quindicenne di Leopoli, si trova a Brescia, dalla nonna materna, e quotidianamente rimane in contatto con i compagni di classe e i docenti della IX classe grazie alla didattica a distanza (dad).
Lo stesso stanno facendo in un appartamento di Collio anche Illia, 10 anni, Katerina, 9, e Alessandro, 13 ad aprile, fuggiti dalle bombe ucraine insieme alle loro mamme. Un modo per non interrompere il percorso scolastico, ma soprattutto per mantenere vivi i rapporti, confermare i punti di riferimento e dare una parvenza di normalità a questa assurda situazione.
Libri in viaggio
Lev in Italia non voleva venire. A raccontarlo è nonna Rayisa, 61enne di casa a Brescia dal ’99: «Vorrebbe tornare il prima possibile da mamma e papà, ma come facevamo a lasciarlo in Ucraina? Loro lavorano, lui non può stare in casa da solo, in una città in guerra, e nascondersi tremante insieme al cane nello sgabuzzino ogni volta che suona la sirena antiaerea. Qui con me e mio marito Alberto è al sicuro».
I due nonni lavorano e lui trascorre ogni mattina in casa. Fa una prima colazione con la polenta liquida dolce o il semolino che prepara Rayisa e quando in Ucraina sono le 8.30 e qui le 7.30 accende il computer e segue le lezioni. Poi fa una seconda colazione con frutta e spremuta e attorno a mezzogiorno scalda la minestra di patate con polpette. «I suoi insegnanti tengono le lezioni da casa, da Leopoli - racconta Rayisa -. Su un totale di 27 compagni, ogni giorno si collegano in 20 da Ucraina e Polonia. Lui è l’unico a trovarsi in Italia».

A Brescia Lev è arrivato con un pullman di profughi portando con sé un bagaglio leggero. «I suoi genitori gli hanno spedito quaderni e libri, che stiamo ancora aspettando». Sabato è andato a scuola di italiano. E domenica con nonno Alberto ha visto - da fuori - il Museo Mille Miglia.
«È appassionato di automobili, come mio marito», racconta Rayisa, felice di aver iscritto il nipote alla scuola calcio: «Così può inserirsi, trovare degli amici. Ringrazio di cuore i bresciani per tutto ciò che stanno facendo per noi, per il nostro Paese. La loro generosità è grandissima».
Nostalgia
A Collio la «Dad» è di casa per tre dei sei bambini ucraini arrivati con le loro tre mamme dieci giorni fa a bordo di un furgone della Croce Bianca di Brescia. Il loro gancio locale è Natalia Paliychuk, zia di Illia, che è stata sostenuta in questa missione dal sindaco del paese, Mirella Zanini.
Ogni mattina nel salotto della casa messa a disposizione da un cittadino i tre studenti accendono i pc e il tablet che si sono portati dall’Ucraina. Il lunedì le lezioni iniziano con il canto dell’inno nazionale. E tutti i giorni, prima di mettersi a studiare, fanno un minuto di silenzio per le vittime della guerra.
Le maestre si collegano da casa. I compagni sono sparsi nel Paese, in Polonia, Repubblica Ceca, Spagna e Italia. Di bombe e macerie parlano spesso, «soprattutto durante le lezioni di storia», racconta Natalia. A Ivano-Frankivs’k i tre bambini frequentavano la stessa scuola. In Ucraina «l’ordinamento prevede che si stia nello stesso istituto dalla classe prima all’undicesima - spiega Raiya -. Dopo la classe nona i giovani hanno la possibilità di lasciare la scuola oppure di continuare e, concluso l’undicesimo anno, frequentare l’università». Le lezioni, per Illia, Kristina e Alessandro, durano 4-5 ore. E si interrompono quando suona la sirena. «Un suono agghiacciante - racconta Natalia -, che rimarrà per sempre nelle teste dei bambini che l’hanno sentito».
Nel pomeriggio vanno da Rayisa e giocano all’aperto. Come Lev, anche Illia, Kristina e Alessandro vorrebbero tornare presto in Ucraina. Quando fanno le videochiamate con i papà rimasti in patria «si rattristano tantissimo». Il papà di Kristina e Alessandro nella zona di Ivano-Frankivs’k ha un ristorante e ora cucina gratis per i militari. Quello di Illia installava videocamere. «Gli uomini - spiega la zia - dicono ai figli che non è il momento di tornare, ma loro fanno davvero fatica ad accettarlo».
La guerra li ha strappati dalla loro vita, dai loro ambienti e dai loro affetti. E la dad, per tutti questi bambini, rappresenta un gancio con un passato del quale hanno moltissima nostalgia.
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