Imprese bresciane «rosse» di rabbia: «Errore imperdonabile»

Una vicenda kafkiana. Un «errore» che è costato alle imprese bresciane cento milioni di euro. «Cifra per difetto» assicura Carlo Massoletti, presidente di Confcommercio Brescia (Ascom). Sette giorni di zona rossa «inutile» hanno voluto dire perdere la seconda settimana di saldi in un momento nel quale la stagione degli sconti era attesa come un toccasana dopo mesi disastrosi. Invece è arrivata la zona rossa nata per i dati errati sull’evoluzione dell’epidemia nella nostra regione.
«Gli operatori sono arrabbiati. Errori di questo tipo non si possono accettare» sbotta Stefano Boni, direttore di Confesercenti Brescia e della Lombardia Orientale. Fatto sta che ormai il pasticcio è stato fatto e ora i commercianti che hanno dovuto abbassare la serranda «per errore» chiedono di essere risarciti dai danni subiti. Confcommercio Lombardia ha stimato in 600 milioni di euro il costo della settimana in zona rossa.
«Brescia - spiega Massoletti - vale il 15% della rete commerciale regionale. Solo i pubblici esercizi sono 9mila sui 52mila lombardi». Ecco perché la «stima prudenziale», per la provincia di Brescia, dice che i sette giorni in zona rossa sono costati alle imprese bresciane «almeno cento milioni di euro». Decine di migliaia di imprese, spiega Massoletti, hanno subito uno stop immotivato nel pieno dei saldi. Dopo un anno che ha messo in ginocchio il tessuto economico. Ma non c’è solo l’abbigliamento. Negozi di arredamento, mercati non alimentari, estetisti. «Un errore inaccettabile e imperdonabile - continua il presidente di Ascom -. Si è superato il limite».
Le associazioni si tengono fuori dal balletto tra Governo e Regione sulla responsabilità dell’errore. «Non ci interessa sapere di chi è la colpa - continua Massoletti -. Ci interessa che chi ha sbagliato paghi, che sia stato un tecnico o un politico: non deve più essere messo in condizione di poter far danni». «Iniziare l’anno in questo modo è inaccettabile - aggiunge Boni -. Il comparto sta vivendo un momento di grande difficoltà. Ora è arrivata anche quest’ingiustizia, con danni economici importanti per le nostre imprese, ormai allo stremo. Una beffa».
Quel che è certo, sostengono Ascom e Conferesercenti, è che ora le imprese vanno non solo ristorate, ma risarcite. «Un conto è dover far sacrifici per l’emergenza sanitaria. Cosa che abbiamo sempre fatto - spiega Massoletti -. Altra cosa per errori di valutazione». Presto per dire come si muoveranno le associazioni. C’è chi ha già parlato di class action. «Valuteremo tutte le opzioni» si limita per ora a dire il numero uno di Ascom. «Acquisiremo tutti gli elementi utili per decidere come procedere. Prima vogliamo avere una ricostruzione dei fatti» aggiunge Boni.
Oggi si ripartirà. Ma riaprire un negozio «non lo si fa schiacciando un bottone» spiega Massoletti. Servono programmazione, organizzazione del lavoro, pulizie, ordini da fare. Ecco perché «non sono più tollerabili aperture a singhiozzo» aggiunge il direttore di Confesercenti. Che ricorda poi come «i pubblici esercizi» (bar, ristoranti, pasticcierie con somministrazione) «anche in zona arancione, resteranno chiusi, essendo consentito solo l’asperto e il delivery». Eppure sono pronti a riparire in sicurezza. Per questo Ascom e e Confesercenti hanno inviato al Cts e al Ministro Stefano Patuanelli un documento con misure e proposte (15 punti) per poter ripartire. L’obiettivo è estendere il servizio serale nelle aree gialle, l’operatività almeno nelle ore diurne nelle aree arancioni e superare il divieto di asporto per i bar dopo le 18». Si vedrà. Intanto restano la rabbia e lo stupore pe una settimana passata in zona rossa senza sapere perché.
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