Uomo e maiale sono legati fra loro da una convivenza atavica (e asimmetrica a nostro favore) dei cui segni il dialetto bresciano è intriso. «Quant è de Sant’André / che fé mazà i porzèi...» fa dire nel ’500 Galeazzo dagli Orzi alla sua Masséra. Sant’Andrea è il 30 novembre. Era la data che apriva ufficialmente la stagione professionale dei masadùr (i norcini) la quale si chiudeva poi il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate (non a caso raffigurato nelle stalle dei nostri nonni con un maialino ai piedi e chiamato Sant’Antóne del porsèl).
Nelle nostre cascine fa sö el porsèl non era solo una attività, era un rito. Che si apriva in tragedia con le urla strazianti della vittima trascinata al macello. Che proseguiva con la difficile arte chirurgica e speziale del masadùr. Che passava attraverso il coinvolgimento al lavoro di un intero rione (le donne a netà bödèle, gli uomini a maznà codèghe). Che si chiudeva in pasto collettivo e festoso, perché - dalla torta di sangue alle orecchie - del maiale non si butta via niente.
La stessa Massera elogia la propria abilità a preparare cervelàt (cervello insaccato) e zamborgnì (torta di sangue e miglio) e descrive questa festa comunitaria («el fo ... per no e per i visì») attorno alla quale si muovono famelici e allegri putèi e gàcc.
Un rito - la macellazione del maiale - che in Alta Valcamonica ha addirittura un nome specifico: fà caisài si sente dire ai più vecchi (e io non ho trovato altro rimando se non in quel codice grumoso che è il gaì dei pastori, dove «mangiare» si dice caesà). Un rito che racconta una volta di più come il mangiare insieme sia molto più di un semplice nutrirsi.



