Il suo medico gli sconsiglia di vaccinarsi, non è formalmente guarito dal Covid e da un mese vive in un limbo. Un girone infernale, a dire il vero, in cui la condanna è spendere quasi più soldi di quelli che si guadagnano per fare un tampone ogni due giorni. Pur di lavorare. È in questa terra di mezzo che vive un fotografo professionista bresciano che, da quando il Green pass è diventato obbligatorio per accedere ai grandi eventi e per entrare in stadi e teatri, si trova costretto a fare un test antigenico per il Covid praticamente ogni 48 ore.
«L’agenzia con cui collaboro è specializzata in servizi di spettacolo e sportivi, va da sé che se non voglio perdere lo stipendio mi devo attrezzare. Ora a forza di tamponi ho la narice sinistra compromessa, senza contare che si tratta di un esborso non da poco». Tutto è cominciato quando, a marzo, la convivente del professionista - che chiede di rimanere anonimo per timore di ripercussioni sul lavoro («È un attimo che per errore mi scambino per un No vax e non mi chiamino più») - scopre di avere il Covid. L’uomo, essendo un contatto stretto, va subito a fare un tampone nasofaringeo: l’esito è «dubbio». Si mette in isolamento, ripete il test dopo 14 giorni e il risultato è negativo.




