Frank e Vanna, uccisi 6 anni fa: il ricordo del figlio Marco

Continua a sognarli quasi tutte le notti. Anche adesso che sono passati sei anni esatti e il dolore non accenna a affievolirsi. Anzi, ogni giorno sembra fare più male. «È proprio al risveglio, in quel momento tra il sonno e l’inizio di una nuova giornata, che il loro ricordo si fa pungente: a volte non realizzo che non ci sono più e non mi dà pace sapere come sono stati uccisi. Ancora non mi sembra vero».
È nelle parole commosse del figlio Marco che torna, vivo e straziante, il ricordo di Francesco Seramondi e Giovanna Ferrari, uccisi l’11 agosto 2015 nella loro pizzeria in zona Mandolossa. Un luogo in cui Frank e Vanna, così li chiamavano amici e clienti, da oltre 50 anni sfamavano i nottambuli bresciani, alzando la serranda alle 18 e abbassandola solo dopo l’alba, servendo pizze, brioche e krapfen ancora caldi.

«I bresciani, che continuano a venire qui numerosi, mi parlano di loro ogni notte. Alzano lo sguardo verso il ritratto dei miei genitori che tengo dietro il bancone - racconta mentre si prepara all’ennesimo turno di sfornate e consegne - e rivolgono un pensiero, una parola, un aneddoto. Questo mi riempie il cuore: mi fa sentire meno solo sapere che la gente non li ha dimenticati».
E l’immagine di Francesco e Giovanna, la stessa del quadro, Marco se l’è fatta tatuare sul braccio. Inchiostro sulla pelle, «per portarli sempre con me. Perché anche la mia pena non avrà mai fine». Il riferimento è ai due ergastoli, confermati in Cassazione nel 2018, a cui il pakistano Muhammad Adnan e l’indiano Sarbjit Singh - esecutori del duplice delitto - sono stati condannati. «Niente potrà riportarmi i miei genitori, ma almeno giustizia è fatta».
Nelle motivazioni della sentenza definitiva si legge: «Avevano sicuramente messo bene in conto l’uccisione di chi avrebbero trovato nel locale al momento dell’accesso per attuare quel genere di feroce agguato». Hanno sparato per vendetta, perché la pizzeria «Da Frank» vendeva troppo, a loro dire facendo una concorrenza insostenibile. Adnan, nel giugno del 2020, ha chiesto la grazia al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Indecente e vergognoso - commenta Seramondi - e mi auguro che non la ottenga mai e poi mai. Temo che la chieda ancora, ma deve pagare per quello che ha fatto, in carcere fino all’ultimo giorno. A mio figlio, che oggi ha 9 anni e si ricorda di loro, voglio poter dire che i suoi nonni riposano in pace».
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