Il «terzo uomo» c'era. Andrea Volonghi era in Maddalena la sera del 23 giugno scorso, giorno in cui vennero freddati i due macedoni Hristo Uzunov e Ekrem Salija. Secondo il Tribunale del Riesame - cui il legale del 37enne di Torbole Casaglia, l'avvocato Gianfranco Abate aveva presentato ricorso il 20 dicembre contro l'ordinanza del gip Ambrosoli che aveva disposto la misura cautelare in carcere -, lo inchiodano non solo la chiamata in correità da parte di uno degli altri arrestati, Luca Cerubini, ma anche una serie di elementi oggettivi evidenziati nella precisa ricostruzione dei fatti che aveva elaborato il Pm Ambrogio Cassiani, insieme agli uomini della Squadra Mobile.
In quindici pagine i giudici del Tribunale della Libertà ripercorrono sia quanto dichiarato da Cerubini - che attribuisce tutta la responsabilità materiale del delitto a Volonghi - sia l'intricata rete di conversazioni e l'intreccio di chiamate tra due utenze telefoniche acquistate unicamente per il delitto. Una riferibile all'ex carabiniere, l'altra invece al 37enne di Torbole da tempo residente in Tunisia, contattatesi nelle ore antecedenti e susseguenti l'omicidio. Non solo, da uno di quei due cellulari, è partita anche una chiamata al padre di Volonghi, e dalle celle agganciate da quel telefono in quei giorni, risulta che quel numero era nella zona di Torbole Casaglia, dove il 37enne soggiornava (a casa dei genitori) ogni qualvolta tornava in Italia.
Per il Riesame esiste una certa attendibilità, seppur frazionata, delle dichiarazioni di Cerubini quando chiama in causa Volonghi, anche se non vi è alcuna certezza allo stato, su chi abbia premuto il grilletto della pistola. Il «terzo uomo» commentando poi, una volta tornato in Nordafrica, quanto apparso sui giornali a ottobre, al momento della scoperta dei cadaveri dei due macedoni in Maddalena, appariva molto informato soprattutto quando sosteneva che le teorie apparse sui quotidiani erano «abbastanza divertenti». I giudici vanno anche oltre: Volonghi, che non aveva preso parte alla truffa ai danni dei due stranieri, non aveva alcun motivo di utilizzare un'utenza «dedicata» legata alla vicenda se non perchè «egli doveva provvedere alla loro definitiva eliminazione».
Per i giudici il 37enne è giunto in Italia dalla Tunisia per realizzare l'omicidio, come un «professionista del crimine» disposto a tutto e senza freni inibitori. Sussiste il pericolo di reiterazione del reato e la misura cautelare in carcere appare proporzionata a quanto compiuto e alla sanzione che dovrà essere irrogata.
dz



