Adesso sono rimasti in diciannove. Il che, a conti fatti, rende impossibile garantire le turnazioni originarie. Però, come sempre, si sono rimboccati le maniche e una soluzione l’hanno trovata: i turni si sono ridotti, è vero, ma hanno messo in piedi un’impalcatura di tutto rispetto basata sulle reperibilità.
L’altro volto della vicenda Sin Caffaro è una garanzia che si chiama lavoratori: le sentinelle della cittadella industriale incuneata tra le vie Nullo, Milano e Morosini non si sono mai schiodate dal loro posto, anche quando le garanzie sono state pari a zero, per mantenere in funzione la «diga anti-veleni», ovvero quella barriera idraulica (il sistema di pozzi si occupa dell’emungimento delle acque) che ora è al centro dei riflettori. La vita dentro il polo industriale di oggi è cambiata. Gli operai che fortunatamente sono riusciti a trovare un altro impiego hanno fatto i bagagli e se ne sono andati. Gli altri proseguono con le operazioni di messa in sicurezza e, soprattutto, con i lavori di dismissione degli impianti sulla scia dell’addio a Brescia ormai dichiarato da tempo da parte della società. Un iter, quello della dismissione, che - inutile negarlo - sta procedendo decisamente a rilento rispetto alla tabella di marcia originaria, che prevede comunque la conclusione dei lavori e la chiusura dei cancelli sul finire di ottobre. Dopo il sequestro dell’area andato in scena a sirene spiegate alle 7.10 del 9 febbraio, infatti, è necessario procedere zona per zona: i dipendenti non possono entrare negli spazi sigillati per smantellarli. E ora che le aree accessibili sono state smantellate, dentro il sito si è in attesa che vengano dissequestrati via via altri spazi: fino ad allora, l’attività di dismissione resta ridotta.




