Anticipare l’emergenza quando si può: ecco come si attiva l’allerta per i cittadini

Cardine della macchina di Protezione civile è il Centro funzionale di monitoraggio dei rischi
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PREVENIRE I RISCHI IDRO-METEO
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«Nessuno ci ha allertati». «Fenomeno imprevedibile». Il cataclisma che si è abbattuto sulle Marche, scaricando in poche ore la pioggia di mesi, ha portato con sé inevitabili polemiche. Con i sindaci del territorio da un lato che lamentano di non aver ricevuto alcuna indicazione di possibili pericoli e con la macchina della protezione civile marchigiana che indica di contro l’impossibilità a intercettare anzitempo un fenomeno del tutto anomalo.

Sul merito indagini sono ora in corso. Ma la polemica non risulta del tutto sterile ponendo in evidenza un nervo scoperto: il cambiamento climatico, con buona probabilità, richiede anche un cambio di passo nella definizione di protocolli e ancor più a monte nell’individuazione di potenziali rischi. Facile a dirsi, molto meno a farsi.

Certo a monte è importante capire come nel nostro Paese sia organizzata la catena di rilevazione di potenziali minacce meteorologiche o idrogelogiche e di allertamento di enti locali e cittadinanza.

Cosa dice il Codice

Per farlo è necessario ripercorrere gli ultimi passi legislativi legati a quella macchina che, circa 40 anni fa, fu virtuosamente concepita da Giuseppe Zamberletti, considerato il padre della Protezione civile italiana. Nel 2018 il sistema che opera a vari livelli - dicono i testi normativi - secondo una logica «sussidiaria», vale a dire Stato, Regioni, Province e Comuni, ha visto raccolte le molteplici fonti legislative in un unico Codice della Protezione Civile. E proprio quest’ultimo ribadisce come sia affidata allo Stato per l’ambito nazionale e alle Regioni per quello legato ai singoli territori di competenza, l’individuazione dei rischi e la comunicazione a sindaci, Comandi provinciali dei Vigili del Fuoco e alla popolazione.

I centri funzionali

Per quel che riguarda la nostra regione, in Lombardia lo snodo centrale si chiama Centro funzionale di monitoraggio dei rischi (Cfmr) che incardinato nella sala operativa regionale di protezione civile fornisce un «servizio di previsione, monitoraggio, analisi e sorveglianza dei fenomeni naturali prevedibili» (parola quest’ultima che appare cruciale).

Per rischi naturali si intendono quelli qualificati come «idro meteo» (idrogeologico, idraulico, temporali forti e vento), di ambito nivologico (dalle forti nevicate al rischio valanghe) e il rischio di incendi boschivi. Va precisato che il calcolo del rischio non tiene conto esclusivamente dell’intensità potenziale di un fenomeno (ad esempio, per tornare alle cronache drammaticamente recenti, alla violenza di un nubifragio) ma anche delle condizioni del territorio: della pioggia abbondante in un luogo siccitoso o viceversa in un’area caratterizzata da un quadro idrogeologico già compromesso può portare a esiti molto differenti.

Fronte meteo

Attivo 24 ore al giorno, il centro acquisisce di continuo informazioni in costante aggiornamento da differenti agenzie specializzate. I dati delle condizioni atmosferiche, ad esempio, vengono forniti dal servizio idro-nivo-meteo di Arpa Lombardia. É lo stesso Cfmr poi a diramare le allerte in base ad un protocollo di rischio standardizzato ai cui differenti livelli corrispondono altrettanti colori: allerta arancione o rossa rappresentano le voci più temute, espressione della massima pericolosità. I canali di diffusione istituzionali (con i sindaci come autorità di protezione civile a livello territoriale) includono anche l’app AllertaLom che anche molti bresciani hanno installata sui propri smartphone. Certo è che se un fenomeno non può essere previsto tempestivamente, anche una filiera di gestione del rischio e di allerta efficienti finiscono con il tramutarsi in un gigante dai piedi di argilla. Un ulteriore motivo per ragionare sui nostri comportamenti e le nostre scelte di fronte alle minacce molteplici del cambiamento climatico.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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