A Castenedolo la macchina dei Tridui affascina da 150 anni

La suggestiva tradizione che rivive ogni anno grazie al lavoro di un gruppo di volenterosi e alla luce di 560 candele
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L'accensione della macchina dei tridui di Castenedolo (immagini d'archivio Teletutto 2014)
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Aldo ha mani grandi e forti come tenaglie. È il primo ad arrivare in chiesa, mentre fuori il paese ancora dorme. A 76 anni, Bertagnoli conosce tutti i segreti della Parrocchiale di San Bartolomeo Apostolo a Castenedolo, dove presta servizio da quando era ragazzo. Saprebbe trovare al buio ogni interruttore, i suoi piedi hanno calpestato ciascun gradino nascosto nel ventre di pietra di questo gigante neoclassico, costruito dal 1804 su progetto di Carlo Donegani. Ed è lui, insieme a una ventina di volontari, il custode del montaggio della maestosa macchina dei Tridui, donata dal mecenate Andrea Pisa nel 1872, che nelle penultima domenica del Carnevale si impone a tutta altezza sul presbiterio, attraendo centinaia di bresciani.

Un enorme apparato ligneo originale in stile barocco, uno dei meglio conservati e più sfarzosi della provincia, che riaffiora pezzo dopo pezzo dal deposito celato dietro una porticina a destra dell’ingresso. Una tradizione che da 150 anni si rinnova, grazie a un gruppo di instancabili che ha incisi nella memoria le fasi del montaggio e il catalogo dei decori. E pratica il culto del lavoro per il gusto di condividerlo.

La preparazione

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Montare il macchinario del Triduo è un’impresa, anche oggi che un argano elettrico fissato alla volta della cupola ha rimpiazzato le corde. Gli altri «triduini» arrivano alla spicciolata, prima che dal campanile risuonino gli otto tocchi: sanno che per tre giorni di celebrazioni solenni in suffragio dei defunti, ne servono altrettanti densi di fatica. Ci sono parecchi capelli bianchi, «servirebbero più giovani», ma anche quest’anno sono pronti a darsi da fare. A coordinarli c’è Egidio Sberna, anche lui un Virgilio di questo duomo che domina la collina, dopo che nel 2006 ne ha curato la messa in sicurezza post terremoto, a suon di fibre di carbonio. «Capo, suona la campana che a star fermi si diventa freddi» e via che si comincia.

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Macchina dei tridui a Castenedolo, intervista a Egidio Sberna (immagini d'archivo Teletutto 2014)

Divisi in squadre, su le mascherine e i guanti da lavoro, sono un formicaio operoso. Fino all’ora di pranzo è tutto uno svuotare magazzini, stendere teli sui banchi per appoggiarci i pezzi dell’apparato, issare ponteggi, raschiare i supporti dalla cera delle vecchie candele. La chiesa si trasforma in cantiere, fuori le auto lasciano il passaggio ai volontari che, dopo averli calati dalle finestre che si affacciano sul municipio, portano a spalle i lunghi pali della struttura, contrassegnati in rosso o in blu a seconda del lato a cui verranno assegnati.

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Il montaggio della macchina dei tridui di Castenedolo (2021)

Tempo di un panino con la coppa, facciamo due, in sacrestia - con il parroco don Roberto Soncina e la sua segretaria Angela che distribuiscono caffè in bicchierini di carta - ed è già tempo di passare ai martelli da carpentiere e agli ancoraggi. Mentre nell’abside è tutto un «tìra, mòla, òp», anche l’altare maggiore in marmo di Botticino ideato da Rodolfo Vantini sparisce dietro una rampa di assi, per agevolare la salita dei paramenti. Nel giro di poche ore, la pala a olio dell’Hayez viene coperta dal gigantesco scheletro di legno. Intanto, qualche curioso fa capolino e passa a portare un saluto. I castenedolesi più esperti sanno che lo spettacolo è anche questo, non solo le celebrazioni affollate e profumate dagli incensi.

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«Ai miei tempi gli operai ci mettevano anche due settimane a tirarlo su» commenta una vecchina avvolta nel suo cappotto verde. Accende un cero ai piedi della Madonna, accarezza il fregio che adorna una delle balaustre e poi punta il suo sguardo in alto. L’attrazione degli spettatori è trovare Aldo, che volteggia qui e là frenetico come un colibrì: «Eccolo, è lassù in cima, sta agganciando la corona».

Fino al cielo

Il secondo giorno di lavoro è quello in cui il macchinario prende forma, nel suo sfarzo barocco. Procedendo dall’alto verso il basso, si assemblano i paramenti a coprire le rampe di scale che collegano i piani dell’apparato. È un trionfo di volute riccamente decorate: a contrasto con i velluti bordeaux, che in origine pare fossero pelle di pecora lavorata a pomice, spicca l’oro delle cornucopie traboccanti di melograni e ciliegie, ma anche rose e girasoli, a rappresentare il mondo contadino. Non mancano le spighe e i grappoli d’uva e su un tempietto svetta l’agnello con il simbolo delle dodici tribù.

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Il valore artistico della macchina del triduo di Castenedolo (immagini d'archivio Teletutto 2014)

Il fulcro della macchina, misteriosa e tridimensionale grazie al tripudio di parapetti e quinte teatrali, è la raggiera. È qui, incorniciato da teste di putti e da un Gloria in oro brunito, che avverrà il rito su cui saranno puntati tutti gli occhi. Dietro a un sipario di nuvole azzurre e grigie, il sacerdote porterà il Santissimo, che sarà svelato ai fedeli grazie a un raffinato meccanismo che apre e chiude l’artificio, per poi lasciare spazio a un dipinto con l’occhio di Dio. L’ideatore della versione moderna di questo colpo di teatro è un signore distinto, aggrappato solennemente al suo bastone, che osserva l’avanzare dei lavori seduto in disparte. Si chiama Giuseppe Costanzi, ha 83 anni, e fino alla pensione è stato il responsabile della manutenzione in un’azienda qui vicino. «Un paio di decenni fa ho voluto mettere mano alle nuvole, perché tra carrucole e cordicelle l’effetto non era quello che questo apparato meritava». Così, armato di meticolosa pazienza, ha progettato e realizzato gli ingranaggi moderni che muovono il meccanismo, ora automatico. Il suo lavoro di consulenza inizierà quando il montaggio sarà finito: «Ci serve poco tempo, ormai siamo rodati».

Storie di dedizione

Mentre aspetta il suo momento di andare in scena, racconta di come si è ingegnato per il tocco finale: tenere dritte le 560 candele che illuminano la macchina. Quello di Castenedolo è uno dei pochi apparati che non è ancora stato costretto a rimpiazzarle con le lampadine: durante le celebrazioni le candele vengono accese una a una con dei lunghi bastoni, alle cui estremità brucia una fiamma. «Per colpa dei supporti usurati le candele stavano tutte sbilenche. Non stavano affatto bene e colava cera dappertutto. Così ho ideato questi - spiega porgendoci un piccolo aggeggio ingegnoso - combinando un perno, una sferetta saldata e una molla a tazza. Ora i volontari possono orientare gli steli».

  • Castenedolo, macchina del triduo: Giuseppe Costanzi e la sua invenzione
    Castenedolo, macchina del triduo: Giuseppe Costanzi e la sua invenzione
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Un’altra storia di dedizione, che ha riempito di trucioli il garage del signor Giuseppe per due anni: «Sono in tutto ottomila pezzi, li ho fatti tutti a mano insieme a mia moglie. Sono il mio dono per la comunità». Un regalo che arriva dopo l’incidente del 1995 in cui alcuni volontari si infortunarono a causa di un cedimento: la struttura è stata rinforzata e ristrutturata, ma nonostante la ritrovata attenzione alla sicurezza nelle operazioni di montaggio, molti avevano paura. «Questo patrimonio rischiava di marcire nei depositi - ammette commosso - mi sono speso per ricostituire il gruppo e riportare i Tridui a splendere. Ci tenevo troppo». Questione di appartenenza, di identità, di attaccamento alle radici che non possono essere dimenticate.

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