Le lettere sono partite dal Comando Legione di Milano. Passate dal provinciale di Brescia e finite sulla scrivania di cinque carabinieri della Compagnia di Chiari. Sono i primi provvedimenti disciplinari in merito all'indagine interna all'Arma dopo l'inchiesta Scarface, che ha fatto emergere, sul fronte penale, un presunto giro di riciclaggio di denaro anche attraverso membri della cosca della Ndrangheta Barbaro Papalia. Ma le carte dell'inchiesta, durata tre anni, parlano anche di rapporti ritenuti «anomali» tra alcuni carabinieri operativi a Chiari e l'imprenditore Francesco Mura, proprietario di televisioni nel cremonese e considerato il punto di riferimento dell'associazione criminale.
L'uomo che, stando a quanto scritto dal gip nell'ordinanza di custodia cautelare, «fin dall'inaugurazione del Juventus Stadium di Torino, era solito acquistare dodici abbonamenti all'anno nella tribuna Club Boniperti per ingraziarsi esponenti delle forze dell'ordine» e che in caserma a Chiari entrava ed usciva come e quando voleva «con inconsueta e anomala frequenza che certamente stride con la sua pregressa situazione penale per una sentenza definitiva di condanna per traffico di droga» si legge agli atti. Con alcuni militari, ufficiali e sottufficiali, Mura, accusato anche di associazione di stampo mafioso, aveva creato rapporti stretti «coltivati con l'unica finalità di sfruttarli ogni qualvolta se ne fosse presentata la necessità per i suoi tornaconti personali» è stato scritto nell'informativa firmata dai carabinieri che hanno condotto l'inchiesta guardando anche all'operato degli stessi colleghi finiti ora sotto la lente di ingrandimento dei vertici dell'Arma.




