Spreco alimentare: nel Bresciano all’anno 140 milioni di euro nella spazzatura

È il valore degli «avanzi» domestici. Cauto «salva» 1,5 milioni di chili di cibo insieme a 220 associazioni
Cresce dell’8% in Italia lo spreco di cibo domestico - © www.giornaledibrescia.it
Cresce dell’8% in Italia lo spreco di cibo domestico - © www.giornaledibrescia.it
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«Il cibo non si spreca». Da piccoli ce lo siamo sentiti dire tutti mille volte.

Eppure nelle nostre pattumiere di casa finiscono ancora quasi 81 grammi di cibo a persona ogni giorno: mozzarelle dimenticate in un angolo del frigorifero, arance con la muffa o hamburger intonsi, ma invecchiati perché quella settimana si è usciti a cena parecchie volte. Alimenti che in molti casi, con un po’ di accortezza in più, avrebbero potuto fare ben altra fine.

Chi, come, dove

L’occasione per parlarne è la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare che richiama uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu. Ovvero: «dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030». Un problema serio, con ripercussioni di carattere ambientale e sociale, che possiamo descrivere con due numeri «sfornati» dall’Osservatorio Waste Watcher che ha appena pubblicato il report «Il caso Italia 2024».

Il primo sono gli 80,9 grammi di cibo buttato ogni giorno a persona nelle case (che nel 2023 erano 75 grammi a dimostrazione che lo spreco è cresciuto dell’8,05%). Il secondo sono i 126 euro a testa (290 euro a famiglia) che corrispondono al valore del cibo domestico finito in pattumiera in un anno. I dati fanno riferimento a una media statistica nazionale.

E calati nel contesto bresciano di città e provincia - considerando che al Nord «si spreca il 6% in meno rispetto alla media» - fanno emergere uno scarto da oltre trentatremila tonnellate di cibo l’anno, che in soldoni equivalgono approssimativamente a più di 140 milioni di euro. «Siamo improvvisamente più spreconi», è l’osservazione che emerge dallo studio. Che fa notare quanto si sprechi di più nelle città e nei grandi comuni (+8%) e meno nei piccoli centri. Il problema è più grave al Sud (+4% rispetto alla media nazionale) e meno al Nord (-6% rispetto alla media). Sprecano di più le famiglie senza figli (+3%) e molto di più i consumatori a basso potere d’acquisto (+17%).

Elemento quest’ultimo di grande interesse: il ceto che si autodefinisce «popolare» («Mi sento povero e fatico ad arrivare alla fine del mese») e che in Italia conta oltre 5,7 milioni di persone presenta «un allarmante aumento del 280% di insicurezza alimentare rispetto alla media italiana», cerca cibo a ridosso di scadenza per risparmiare (un consumatore su due), «cibo scadente, meno salutare e spesso di facile deterioramento» e... spreca di più. «Se vogliamo fare la differenza - è l’osservazione del direttore scientifico di Waste Watcher, Andrea Segrè - l’azione deve essere sinergica e servono anche e soprattutto politiche pubbliche mirate a mitigare gli impatti dell’inflazione sulla sicurezza alimentare, con un focus particolare sulla tutela dei ceti sociali più vulnerabili».

Tornando ai soldoni l’Osservatorio stima in 13 miliardi di euro il valore dello spreco della filiera agroalimentare in Italia: un dato definito «vertiginoso» che include lo spreco domestico (oltre 7,4 miliardi), quello nella distribuzione (quasi 4 miliardi), oltre allo spreco nell’industria.

L’esempio virtuoso

Fortunatamente non mancano le iniziative volte a contrastare questo fenomeno. La nostra provincia, ad esempio, può contare sul grande lavoro dell’associazione Maremosso (rete Cauto) che, potendo contare su 100 volontari, gestisce «un milione e mezzo di chili di alimenti l’anno - spiega il direttore operativo Lorenzo Romanenghi - ritirati dalla grande distribuzione perché prossimi alla scadenza o con un tmc (termine minimo di conservazione, ndr) superato, dai produttori o dalle piattaforme logistiche che precedono i supermercati». Alimenti (di ogni tipo: freschi, surgelati...) che «vengono portati la mattina in celle a temperatura controllata, lavorati e distribuiti entro sera a chi ne ha bisogno grazie alle 220 associazioni che una, due o tre volte la settimana passano a ritirarli nel primo pomeriggio».

Il ciclo, insomma, si esaurisce in una giornata e ha un valore enorme: «Per questa attività spendiamo 190mila euro l’anno e distribuiamo alimenti da tre milioni di euro», fa sapere il direttore definendo questo uno dei punti di forza dell’operazione. Un altro è il fatto che «30 dei 100 volontari all’opera sono persone fragili segnalate dai Comuni che in questo modo hanno la possibilità di avvicinarsi al mondo del lavoro».

E ancora: la distribuzione del cibo (che in città può contare su una cabina di regia nella quale figurano Cauto-Maremosso, Comune, Caritas e Croce Rossa) «è uno strumento per arrivare alla vera povertà - osserva Romanenghi -. La mancanza di cibo è infatti un sintomo che, se intercettato, porta a far emergere altri bisogni e permette di affrontarli». Ma a Brescia si spreca molto? «Il periodo Covid ha acuito le richieste di cibo e ha visto crescere le donazioni. Nel 2022 c’è stato un crollo delle eccedenze (-30%): fenomeni come la guerra e l’inflazione hanno fatto cresce l’attenzione in ottica anti-spreco. Attenzione, poi, calata nel 2023». Il lavoro di Maremosso, ad ogni modo, continua alla grande: «Colmiamo un bisogno della grande distribuzione trasformandolo in un’opportunità che risponde alle esigenze del territorio».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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