Al femminile

La pace che non c’è

Di fronte a quanto sta accadendo, siamo tutti chiamati a fermarci per fare memoria
Simboli di pace
Simboli di pace
AA

Mio padre era poco più che un ragazzo quando venne catturato e deportato in un campo di lavoro in Germania. Della prigionia parlava raramente, ma quell’esperienza gli è rimasta dentro per tutta la vita.

Come lui, i reduci della Seconda guerra mondiale se ne sono andati uno dopo l’altro; oggi solo le cerimonie istituzionali ci ricordano il prezzo di quella pace, in termini di vite e di sofferenze patite. Le pagine della storia sono scritte più dal sangue che dal genio o dal lavoro. Con il passare degli anni, anche le tragedie più profonde si attenuano nel ricordo collettivo. Il dolore sopportato dagli altri insegna poco: la dimenticanza tende a prendere il sopravvento. Persino il sacrificio di tanti uomini, talvolta, sembra assumere una consistenza quasi astratta.

Di fronte a quanto sta accadendo, siamo tutti chiamati a fermarci per fare memoria. Chi è nato dopo il 1945 non ha mai immaginato di dover temere esperienze simili a quelle vissute dai loro genitori.

La guerra è diventata una realtà concreta nel momento in cui si è manifestata a Dubai, un luogo fino ad allora ritenuto sicuro. La paura è esplosa come i missili, colpendo al cuore il lusso, rivelatosi tutt’altro che uno scudo protettivo. E non c’è niente di nobile nel vedere all’opera il dio della guerra, mentre aleggia tra droni e cacciabombardieri, supera la contraerea e distrugge palazzi abitati da civili inermi.

I motori della belligeranza restano sempre gli stessi: potere ed economia. Per raggiungere l’obiettivo si provoca, si minaccia, si tira la corda fino allo schieramento delle truppe, dimenticando che: «Le guerre, sono fatte da persone che uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono ma non si uccidono», come scriveva Pablo Neruda.

Eppure anche la pace, talvolta, sembra annoiare. In assenza di guerre dichiarate, le tensioni si riversano nelle piazze sotto forma di battaglie metropolitane. È sempre stato così, non c’è medicina per un’umanità irruente e sanguigna che preferisce il caos all’armonia.

«Togli il sangue dalla vene e versaci dell’acqua al suo posto: allora sì che non ci saranno più guerre». Con queste parole di Lev Tolstoy, e attraverso la sua profonda sensibilità, comprendiamo che il conflitto non parte dai fucili ma dalla natura dell’uomo. Dovremmo sapere che la pace è un prestito fragile, una conquista passeggera da difendere ogni giorno con la ragione.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Argomenti
Icona Newsletter

@Buongiorno Brescia

La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...