Al femminile

Dalla zona rossa si vede il mare

Augusta Amolini
La storia di Niscemi, il paese della Sicilia che il 25 gennaio ha subito una catastrofe
Il fronte della frana a Niscemi
Il fronte della frana a Niscemi
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C’è qualcosa di femminile nella storia di Niscemi. Il paese, infatti, è nato nel 1626, quando la nobildonna Giovanna Branciforti versò al re Filippo IV quattrocento onze per ottenere la «licentia populandi». Una tassa rilevante che consentiva di costruire un nuovo borgo nel feudo di Niscemi, e a suo figlio Giuseppe di diventarne il principe. Attualmente conta quasi la metà degli abitanti di Caltanissetta, il capoluogo di provincia ingiustamente ricordato più per l’archeologia industriale delle zolfatare e per i «carusi»: i bambini che trasportavano in spalla ceste di zolfo lungo le ripide scale delle miniere.

Poco si racconta, invece, dell’operosità della gente e dell’imprenditoria moderna che si è sviluppata nella zona dal secondo dopoguerra. Il paese domina la vasta piana di Gela, dove ancora si raccoglie l’uva di notte per preservarne la qualità. Dall’alto si vede la carciofaia in cui si coltiva anche una varietà senza spine, riconosciuta come presidio di Slow Food. Molti hanno scoperto questo promontorio, punteggiato di case in stile Barocco siciliano, soltanto adesso che sprofonda nella voragine, trascinando frammenti di passato e le inquietudini sul futuro degli abitanti che hanno perso tutto.

La frana attraversa la pelle del paese come una frattura esposta. Dopo lo smottamento, anche lì si diffonde l’odore acre e penetrante della terra smossa. Quando interi appezzamenti cedono si libera nell’aria un tanfo umido di legno ammuffito, di materia organica e di fogliame decomposto, che penetra nelle narici e nella memoria.

Quell’odore di terra bagnata l’ho sentito nel 1998, percorrendo l’autostrada tra Caserta e Salerno. In lontananza la montagna sembrava essersi sciolta in una colata di fango sul paese di Sarno. È un’esalazione che rimane impressa, cupa e indimenticabile. In Sicilia, oggi, si accendono i riflettori sulle responsabilità politiche, sulle carenze tecniche, sulle misure che si potevano adottare. Si moltiplicano le domande, le scuse e le accuse, ma si teme che le parole producano solo un pugno di mosche.

Ciò che è accaduto è la somma di tante negligenze. Ora si può solo tentare di ricucire ciò che sopravvive, ricomponendo con cura i pezzi della croce che simboleggia questa tragedia, e dando un filo di speranza alla gente. Il belvedere è nella zona rossa, ma qualcuno, accompagnato dai Vigili del Fuoco, riesce ad avvicinarsi. All’orizzonte si apre l’azzurro del mare, terribile e rassicurante insieme, come la vita che continua.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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