Al femminile

Non bisogna lamentarsi del brodo grasso

Le vere difficoltà fanno poco rumore. L’ho capito chiaramente dopo aver conosciuto Giorgio, da trent’anni su una sedia a rotelle per la sclerosi multipla
Una sedia a rotelle
Una sedia a rotelle
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Le vere difficoltà fanno poco rumore, viceversa le stupidaggini hanno sempre il megafono. L’ho capito chiaramente dopo aver conosciuto alcuni frammenti della vita di Giorgio, da trent’anni su una sedia a rotelle per la sclerosi multipla. L’ho conosciuto per caso. Era solo, riparato all’ombra di un hangar dell’Aeroporto militare di Ghedi. Le piste di rullaggio quel giorno erano gioiosamente invase da auto sportive e go kart adattati per alcune centinaia di persone disabili, arrivate da varie città con i loro accompagnatori.

Giorgio era seduto sulla sua carrozzina e, attraverso un braccio motorizzato dotato di una pallina morbida, inviava i comandi a un piccolo computer utilizzando il naso, le labbra e il mento. Io indossavo la pettorina dei Volontari quando gli ho chiesto: «Ha bisogno di una bottiglietta d’acqua?» Lui ha risposto con un sorriso cordiale: «No grazie, ho tutto il necessario».

Abbiamo incominciato a discorrere e mi dice di arrivare da Isola della Scala, il paese del riso, e di essersi iscritto autonomamente all’evento tramite un sito. Ho evitato domande dirette ma l’interesse per la sua vicenda è cresciuto istintivamente.

Prima della malattia lavorava come autista di autobus ed è ancora appassionato di motori e della Ferrari. Ha fondato anche un club legato al marchio iconico delle auto di Maranello. Con una punta di orgoglio ripete il nome delle figlie, mentre parlando della moglie i suoi occhi sono attraversati da un moto di tenerezza. Le è grato per la dedizione che gli dedica, benché l’accudimento per tutte le necessità lo mortifichi intimamente.

Osservo le sue mani gonfie, abbandonate sulle cosce, insensibili a ogni volontà. Dalla tuta ordinata e le scarpe da ginnastica traspare una amorevole cura. Quel pomeriggio indossa una maglietta «rosso Ferrari» e sembra aver trovato nell’attimo di normalità un motivo per staccarsi dalla sua croce.

Lo guardo sfiorare con il naso il cursore per mostrarmi come apre la basculante del garage, accende le luci di casa o abbassa le tapparelle. Lo saluto e mentre mi allontano mi torna in mente l’espressione «lamentarsi del brodo grasso», quell’abitudine che abbiamo di lagnarci anche delle cose belle.

Ripenso alla verità delle parole che ripeteva la mamma della mia amica Tiziana. «Tutti abbiamo una croce da portare in piazza. Se qualcuno sembra non averla, significa che la loro è così grande da non passare attraverso la porta di casa».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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