Al femminile

Un boccone di torta ai fiori d’arancio

La vicenda si svolge in un sobborgo di Teheran, nella casa piccolo borghese mai accatastata della vedova Mahin
Anche nell’ultimo respiro si cerca la dolcezza
Anche nell’ultimo respiro si cerca la dolcezza
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Il «tinc» di un messaggio anticipa la locandina del film «Il mio giardino persiano», seguito da un invito essenziale: «Vieni?» Tranquilli, non intendo spoilerare, prendo il soggetto come un gancio a cui appendere alcuni pensieri nei quali può capitare di riconoscersi.

La vicenda si svolge in un sobborgo di Teheran, nella casa piccolo borghese mai accatastata della vedova Mahin. Lo spettatore partecipa all’incontro casuale fra due sconosciuti, ai loro imbarazzi stemperati dal vino, conservato per un’occasione speciale, che agevola la confidenza e i ricordi. In cucina, mentre lei imbandisce la tavola con pietanze profumate di spezie, lui ripara le lampade che tornano a illuminare i cedri e le erbe aromatiche del lussureggiante giardino.

Al riparo degli sguardi di una vicina invadente i due anziani riscoprono il piacere di parlare, ripercorrendo il passato. Il vuoto affettivo scompare quando fra le pieghe dei loro corpi ammorbiditi dall’età si risveglia con garbo la nostalgia di una carezza. È un guizzo di vita residuo l’incontro fra le anime del tassista Faramarz e Mahin che, dopo trent’anni, decide di conoscere un altro uomo. La scelta è carica di significati poiché si compie in Iran dove la polizia morale è intransigente anche con una donna di settant’anni.

Ci si identifica con i personaggi poiché la solitudine non li ha abbruttiti. Essi hanno conservato la voglia di ridere e di ballare. Ancora desiderano quel contatto fisico che riconduce alla giovinezza e alla sensazione di libertà eliminata dal regime. Insieme compiono una rivoluzione gentile, la stessa che sicuramente sognano quelli che scandiscono i loro tempo fra la spesa e le medicine, i pasti in compagnia delle telenovelas e le lunghe notti senza sonno.

Tanti anziani partecipano alla vita di figli e nipoti solo a distanza, sospesi nell’attesa di ricevere una video chiamata, rubata alle loro vite frettolose. Nel cono d’ombra della solitudine si nasconde la preoccupazione del vecchio tassista (e forse di tutti), il quale si domanda: «Chissà chi mi troverà? Chi si prenderà cura di me quando sarò morto?» Non si scappa. Il pensiero del distacco attraversa chi è destinato alla solitudine per condizione quanto chi la sceglie per convinzione. La vecchiaia è il momento in cui si torna ad essere fragili come i bambini. Anche nell’ultimo respiro si cerca la dolcezza, come un boccone di torta ai fiori d’arancio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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