La verità a volte è una vendetta servita tiepida. Dietro il mito della sincerità e della trasparenza si nasconde il sottile piacere di azzannare con la certezza dell’impunità derivante da un’ottima giustificazione. Edda ha maturato questa consapevolezza perché si è trovata più volte a essere la persona «che non mente» prima di passare dalla parte di quella che deve ricevere la franchezza come un qualsiasi San Sebastiano bersagliata da parole con la punta avvelenata.
Però non è solo per questo che Edda raccomanda sempre «siate cortesi: se potete, mentitemi. Se non potete, mentitemi a metà. Se proprio non potete, usate tutta la gentilezza possibile». Lei trova incredibile come, nell’era in cui verificare le notizie sia un lavoro, nelle relazioni interpersonali sia diventato di tendenza smontare ogni forma di pudore e frugare nei meandri dei propri pensieri per vomitare impressioni, idee e giudizi come se fossero conati incontenibili.
Il tutto apparentemente finalizzato sull’obiettivo di sembrare coerenti nel «dire ciò che penso» e presentarsi come schietti. Chi sostiene «son fatto così, dico sempre quello che penso» spaccia l’assenza di filtro come prova di coraggio, mentre potrebbe essere solo un’impresa lasciata a metà. Il pensiero è stato sputato addosso al destinatario, che dovrà suo malgrado occuparsi dello smaltimento.
Pensare ciò che si pensa è inevitabile, ma dirlo è una scelta. Tra le due cose, per quanto ultimamente sembri essersi ristretto parecchio, esiste ancora uno spazio. Non tutto ciò che nasce nella nostra testa acquisisce automaticamente il diritto ad essere pronunciato (tanto meno scritto sui social).
Dovrebbe almeno passare il setaccio delle solite tre domande: serve? È richiesta? Può essere utile? È chiaro che esistono verità che hanno priorità proprio perché sono scomode. La sincerità autentica richiede molta più disciplina dello sfogo brutale. Il secondo è facile: si apre bocca e si lasciare uscire il materiale grezzo. La prima impone comprendere perché vogliamo dire una cosa, senza adoperare l’altra persona come il più facile dei pretesti.



