Opinioni

Che cosa vede? Che cosa sente?

Quanto bello sarebbe se guardassimo alla vita come qualcosa su cui, qualsiasi cosa facciamo, lasciamo un segno persino senza agire?

Annalisa Strada

Commentatrice

In uno studio medico
In uno studio medico

Un giorno un fisioterapista mi disse che, in sede di visita, i pazienti si possono grossomodo suddividere in due grandi categorie: quelli che enfatizzano il problema con atteggiamento esagerato e quelli che si sforzano di contenerlo tentando una superprestazione per sembrare un po’ meno acciaccati. Ovvio che si tratti di una distinzione approssimativa e non esaustiva, fatta chiacchierando a tavola, ma ho sempre considerato quella catalogazione sommaria una maniera interessante per valutare, in generale, l’atteggiamento delle persone nell’affrontare le difficoltà.

Poi nei giorni scorsi ho parlato con Grazia, una signora che periodicamente deve sottoporsi a controlli medici. Mentre me lo raccontava, si soffermava specialista per specialista spiegando le domande che le vengono in mente durante gli accertamenti. Per esempio, l’otorino potrà trovare sul suo timpano un qualche segno delle cose più belle e delle cose più brutte ascoltate? Nei suoi polmoni i profumi e gli afrori lasciano qualcosa di simile a un’impronta digitale? Studiando bene gli esiti dell’ecocardiogramma, si potrebbe intuire la figura della persona amata?

Grazia si è pure divertita, qualche volta, a porle ad alta voce queste domande, curiosa della risposta e più ancora della reazione dei medici. Ne ha raccolte di varie: da quelle pronte a quelle frizzanti, da quelle tenere a quelle sprezzanti, ma tutte legittime.

Perché scegliere proprio Grazia come zebra a pois di questa settimana? Per più motivi. Il primo è che mi piace il pensiero creativo e apprezzo la narrazione divergente. Il secondo è che apre la possibilità alla percezione del proprio corpo che include e supera quella d’un meccanismo di carne e ossa e sangue e nervi. Il terzo è che guarda a sé e agli altri come possibili interlocutori emotivi. E mi viene la tentazione di estendere questa visione e farla diventare un auspicio.

Quanto bello sarebbe se guardassimo alla vita come qualcosa su cui, qualsiasi cosa facciamo, lasciamo un segno persino senza agire? E se considerassimo che questo vale anche per quella dimensione più grande, il corpo sociale di cui siamo cellule? Pure questo respira, piange, si arrabbia, agisce e allora sta chiedendo qualcosa per conservare la salute. Nell’ascolto competente e nella risposta opportuna (e un pochino visionaria) sta la chiave per garantirne il futuro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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