Mimmo si è candidò anni fa per diventare assessore nel proprio Comune. Nella campagna elettorale si spese al massimo possibile. Alla fine, la lista in cui era Mimmo perse per una manciata di voti. Lui la prese malissimo. Peggio non poteva. Diciamo che fu una delusione bruciante in maniera direttamente proporzionale al peso dell’aspettativa. In casa usarono l’espressione «c’è rimasto sotto». Gli amici cercarono di confortarlo sostenendo che la mancata vittoria gli avrebbe risparmiato notti in bianco e bruciori di stomaco, che all’opposizione avrebbe potuto essere persino più brillante che con un assessorato.
Mimmo considerò queste osservazioni per quello che erano: pietose sciocchezze pronunciate da persone che gli volevano bene. Lui voleva fare l’assessore. Lo aveva voluto durante la campagna elettorale e continuò a volerlo per parecchio tempo dopo, soprattutto ogni volta che incontrava l’uomo che quell’incarico lo aveva ottenuto. Lo osservava alle inaugurazioni, alle riunioni pubbliche, nelle fotografie sui giornali locali e pensava, con ammirevole inamovibilità, che al suo posto avrebbe fatto meglio.
Gli anni passano. Mimmo continua a occuparsi di politica, anche se con meno furore. Studia le questioni, partecipa alle commissioni, si prepara prima dei consigli comunali e, cosa che all’inizio gli capitava di rado, comincia persino a studiare le campagne politiche degli altri. Nel frattempo lavora, accompagna i figli agli allenamenti, organizza vacanze, coltivava pomodori con risultati alterni.
Alle elezioni successive, la sua lista vince. Il nuovo sindaco lo convoca per proporgli il famoso assessorato e Mimmo chiede quarantotto ore per pensarci. Torna allo scadere del tempo e rifiuta. Fatica a spiegarlo persino a se stesso: è felice di aver vinto, ma dall’esperienza fatta in consiglio comunale ha capito qualcosa che, all’apparenza, era poco lusinghiero: per anni aveva creduto di desiderare quell’incarico, mentre almeno una parte di lui desiderava soprattutto ottenerlo.
Voleva essere quello scelto, quello considerato capace, degno agli occhi degli altri di una responsabilità importante. Finché l’assessorato gli era stato precluso, aveva rappresentato contemporaneamente un lavoro, un riconoscimento e una rivincita. Ora che lo aveva a portata di mano, si sentiva a posto anche senza afferrarlo. È difficile rinunciare a qualcosa che desideriamo, ma a volte ciò che desideriamo non è ciò che ci piacerebbe.



