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Valtrompia e Lumezzane

IL GIALLO DI MARCHENO

Bozzoli, dalle carte una frase choc «riapre» il caso Ghirardini


Valtrompia e Lumezzane
13 giu 2020, 07:00
CASO BOZZOLI, LA FRASE CHOC

Una frase registrata a pochi giorni dalla scomparsa di Mario Bozzoli, e ora negli atti del processo. Le parole di uno degli operai della fonderia di Marcheno potrebbero far luce anche sulla morte di Beppe Ghirardini. Dobbiamo tornare indietro nel tempo. 

Oscar Maggi è in auto con Akwasi Aboagye. Sono colleghi alla fonderia di Marcheno che da pochi giorni è al centro di un giallo, quando la sera del 15 ottobre 2015 parlano tra di loro. Della scomparsa del datore di lavoro Mario Bozzoli. Due mesi dopo saranno iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di concorso in omicidio e in quel momento non sanno ovviamente di essere intercettati. La cimice messa dagli inquirenti sull’auto di Maggi registra tutto, anche una frase che oggi, a distanza di cinque anni, fa rumore. 

Sono le 21.40 quando il bresciano di Pezzaze dice al collega di origini senegalesi: «Se Beppe racconta qualcosa di sbagliato siamo nei casini». Il Beppe citato è Giuseppe Ghirardini, addetto al forno grande della fonderia, uno di quelli che era in fabbrica la sera dell’8 ottobre in cui Bozzoli scompare. In quel momento, quando i due operai sono a bordo della vettura di Maggi, anche Ghirardini è già svanito nel nulla. Sarà ritrovato solamente la domenica successiva, il 18 ottobre, nei boschi di Case di Viso con un’esca al cianuro nello stomaco.

L’addetto ai forni, lo ricordiamo, svanì nel nulla, proprio nel giorno in cui doveva essere interrogato dai carabinieri. Cosa avrebbe potuto raccontare Ghirardini di compromettente? Quale verità avrebbero potuto «mettere nei casini» i colleghi? Resta un mistero ancora oggi. Una settimana fa i carabinieri hanno fatto risentire l’intercettazione ambientale a Oscar Maggi, ascoltato come persona informata sui fatti dopo che la sua posizione è stata archiviata in merito all’omicidio di Mario Bozzoli. Maggi avrebbe spiegato che quella sera con il collega Abu era preoccupato per la situazione, senza però entrare nei dettagli.

Quelle parole pronunciate cinque anni fa sono contenute negli atti di indagine depositate dalla Procura generale nei giorni scorsi prima dell’udienza preliminare a carico di Giacomo Bozzoli, unico rimasto sotto accusa. «La fuoriuscita del cadavere di Bozzoli dalla fonderia non può che essere avvenuta a bordo della vettura di Giacomo» si legge agli atti. «È escluso l’allontanamento volontario e anche che il corpo sia stato caricato sui due autoarticolati partiti il 9 ottobre e l’unica vettura sufficientemente capiente per contenere nel bagagliaio il cadavere di una persona alta 1,80 e di 90 kg è quella di Giacomo Bozzoli». Sull’auto in questione però mai è stata trovata una traccia dell’imprenditore. 

Tra gli atti depositati nelle scorse ore c’è pure l’intero fascicolo sulla morte di Giuseppe Ghirardini anche perché gli inquirenti, nell’ultima Comunicazione di notizie di reato firmata dal comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri Alessandro Corda, spiegano che il caso Bozzoli e il caso Ghirardini sono «sicuramente collegati». L’intercettazione ambientale - «Se Beppe racconta qualcosa di sbagliato siamo nei casini» - è pure al centro dell’opposizione all’archiviazione depositata dai legali della famiglia di Giuseppe Ghirardini che non hanno mai creduto al suicidio come invece sostenuto dalla Procura generale.

 

 

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