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«Anche in tempi di AI conoscere le lingue resta fondamentale»

La professoressa Lucia Mor dell’Università Cattolica: «Oltre a grammatica e sintassi, saper parlare significa creare relazioni». E con le relazioni si chiudono contratti
Daniele Ardenghi

Daniele Ardenghi

Giornalista

Imparare una lingua è sempre prezioso
Imparare una lingua è sempre prezioso

I latini dicevano «omnis traductor traditor». Ogni traduttore è un traditore. È un concetto molto vero, perché spesso nell’operazione di traslare una frase da una lingua a un’altra capita che – indipendentemente dalla perizia e dalle conoscenze di chi traduce – qualcosa del senso si perda. O capita che, per paradosso, ci si trovi ad aggiungere parti di senso non presenti nella frase originale. Perché ogni lingua è unica. Nei suoni, a volte nel lessico stesso, di certo nella struttura della costruzione pensiero. Perché – e questo è un tema centrale – la lingua non dice solo cose, ma dice anche come chi la usa pensa, come organizza il pensiero. Ad esempio, la lingua inglese ha davvero molte parole per descrivere la luce e i suoi effetti, e anche tante parole per descrivere i vari momenti della giornata in cui il sole sorge o tramonta. Come si potrebbe tradurre il sostantivo (e verbo) «shimmer»? Gli inglesi hanno una sola parola – questa – per descrivere un luccichio abbastanza debole, un po’ tremolante, morbido, unito a un movimento fluido o vibrante della luce. In italiano «luccichio», «scintillio» o «bagliore» sono termini un po’ più statici di quello che dovrebbero essere per rendere bene l’idea. Per quanto bravo, usandoli, il traduttore qui sarebbe, suo malgrado, un «traditor».

Lo fa il computer?

Tradire, insomma, è inevitabile. E, di sicuro, tradisce anche l’Intelligenza artificiale, che è diventata uno strumento di largo utilizzo anche in fatto di traduzione. Specie nel mondo del lavoro, per azioni quotidiane. Devo mandare una mail a un cliente straniero? La scrivo in italiano, la faccio tradurre «dal computer», la spedisco. Il gioco è fatto. A cosa serve studiare e sapere le lingue? A niente? Non è così.

Studenti all'Università Cattolica - © www.giornaledibrescia.it
Studenti all'Università Cattolica - © www.giornaledibrescia.it

Eppure, oggi, anche chi sceglie di studiare Lingue straniere all’università non si rifiuta di utilizzare l’Intelligenza artificiale, che di fatto è diventata uno strumento. Prezioso. Non sostitutivo. Semplificando, è un alleato di cui fidarsi, ma da tenere controllato e da correggere. Almeno per quanto concerne l’universo della lingua scritta. Le situazioni comunicative faccia a faccia, o al telefono, sono una dimensione molto diversa.

Vocabolari

A proposito di vocabolari, nella facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia i dizionari di carta non sono spariti. Ma, ad esempio, fa parte del percorso formativo l’insegnamento delle capacità che permettono di scegliere con cura le fonti online che sono autorevoli. Diverse dai tanti progetti di lessicografia collaborativa che si possono trovare sulla Rete. Le cose cambiano un po’ quando, ad esempio, si intraprende il curriculum specialistico in Lingue, culture e tecnologie per la Traduzione professionale. Qui entrano in gioco in modo più massiccio i Cat Tools (Computer-Aided Translation). Si tratta – per non scendere troppo nel tecnico – di software progettati per assistere nel proprio lavoro un traduttore «umano». Diversa è invece la Machine Translation, basata su strumenti che convertono in modo completamente autonomo testi da una lingua all’altra.

Studiare le lingue per conoscerle e saperle usare, quindi, ha ancora un senso? Quale? Le lingue fanno ancora la differenza, anche nel mondo del lavoro? Risponde Lucia Mor, bresciana, professoressa ordinaria di Letteratura tedesca alla facoltà di Scienze linguistiche e Letterature straniere alla Cattolica (di Brescia e Milano), nonché coordinatrice dei corsi di Laurea magistrale in Scienze linguistiche.

Lucia Mor, professoressa ordinaria di Letteratura tedesca  - © www.giornaledibrescia.it
Lucia Mor, professoressa ordinaria di Letteratura tedesca - © www.giornaledibrescia.it

Esiste, a livello «sistemico», una contrazione nelle iscrizioni a Lingue. Perché, invece, ha ancora un senso immatricolarsi in questa facoltà?

Verrebbe da pensare che chi poi realmente sceglie e completa il percorso troverà sempre meno concorrenza. Ma c’è molto di più.

Ossia?

Imparare una lingua non significa soltanto conoscerne la grammatica, la sintassi, il lessico. La lingua è cultura. Se impari il tedesco e parli con un tedesco, in qualche modo impari anche a conoscere la sua mentalità, perché la lingua racconta anche dell’organizzazione del pensiero di chi la utilizza. Comunicare utilizzando lo stesso codice è l’unico modo per creare una vera relazione. E le relazioni sono elementi chiave del mondo del lavoro.

Un esempio?

Due aziende concorrenti cercano di ottenere un contratto con un cliente tedesco. La prima ha un commerciale che parla l’inglese, lingua franca, ci si capisce senza problemi. La seconda, che dal punto di vista dell’offerta in sé è pure in svantaggio, ha un commerciale che parla tedesco. Il cliente sceglie la seconda. Al momento della firma viene chiesto: «Perché avete puntato su di noi? La lingua ha influito?». Risposta: «È stato un elemento decisivo». Alla fine non si compra solamente un prodotto. Si compra anche una relazione.

Quindi sapere le lingue fa chiudere contratti?

Permette di mettersi nei panni dell’interlocutore, di seguirne le traiettorie di pensiero. Il tedesco, ad esempio, è una lingua precisa e chiara (struttura della frase da mal di testa, ma anche zero eccezioni o quasi, ndr). Le persone in Germania e nei Paesi tedescofoni tendono a esigere chiarezza e precisione. Ogni lingua riflette la mentalità del popolo che la parla.

Eppure l’intelligenza artificiale è qualcosa che insegnate a usare. E che fa ormai parte del lavoro quotidiano di chi traduce per professione...

Si tratta di uno strumento, non della soluzione. Una volta utilizzata, va controllata. La figura del traduttore è di sicuro cambiata. Si lavora meno col vocabolario, che però non è uno strumento morto, e più con i software. A ciò che viene prodotto va però fatta una radiografia. Il lavoro di revisione e post-editing è fondamentale. Le macchine, dopotutto, procedono su basi statistiche, non ragionano. Possono commettere errori di registro e di contesto. Possono non cogliere il non detto.

Esiste un ambito in cui tradurre «alla vecchia», col vocabolario, resta sempre la scelta migliore?

È spesso così per la traduzione letteraria. Che è un lavoro di fino, che ha spesso a che fare con testi che hanno più strati di significato, alcuni più palesi, altri più nascosti. Qui cambia tutto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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