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Renato e Nicoletta Turla, padre e figlia uniti nello yoga

Sono stati tra i primi a portare la pratica in provincia di Brescia e per fare lezione con loro arrivano da tutto il mondo
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Renato e Nicoletta Turla, lo yoga in famiglia
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Renato e Nicoletta Turla, lo yoga in famiglia

Sentirli parlare dello yoga ti fa venire voglia di provare, non fanno emergere nessuna preoccupazione per il proprio corpo rigido, ma solo il «piacere della pratica» che «porta verso l’ascolto». Renato e Nicoletta Turla sono padre e figlia di Palazzolo uniti, anche, dalla pratica dello yoga.

A far entrare in casa questa disciplina è stato Renato che ha quasi 77 anni: «Ho sempre preferito lo sport alla discoteca –  racconta – . Ho iniziato a 12 anni con l’atletica per poi passare al karate». Cintura nera 4 dan, gareggia con la Nazionale italiana, è campione europeo a squadre, semifinalista ai campionati del mondo a squadre a Tokyo nel 1977.

Gli inizi del padre

«A un certo punto ero stanco delle gare – racconta –, tutto il mio agire era per dimostrare. Avevo la necessità di fare qualcosa per me». L’incontro con lo yoga è casuale, grazie a un americano conosciuto in una palestra di Milano. «Poi sono venuto a sapere di un grande maestro, in India, che prevedeva una pratica intensa, non facile, impegnativa e per me, se non c’è impegno fisico, oltre che mentale, non ha senso». Manda una richiesta di ammissione alla Ramamani Iyengar di Pune e riceve una risposta inaspettata: «You can come».

«Ho conosciuto una pratica che dal punto di vista fisico mi entusiasmava però non avevo risposte sul perché un certo movimento si doveva fare proprio in quel modo. In India si fa quel che dice il guru».

Ed eccoci a un’altra svolta: «Volevo capire e ho iniziato a studiare anatomia e biologia. Il nostro compito di insegnanti è dare risposte alle domande che nascono con la pratica per accrescere la consapevolezza del movimento». Da qui nasce il metodo Jyotim, che significa «luminosità».

L’esordio della figlia

Nicky respira questo clima sin da piccola, prima gioca a fare il «triangolo» o il «ponte», poi inizia la pratica verso i 15 anni per ricominciare seriamente verso i 19 anni. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione e il diploma di insegnante ci si dedica completamente aprendo, in città, una propria scuola, Multiverso Yoga Jyotim in via Fura. Un lavoro a distanza che li vede collaborare, pur avendo ognuno i propri allievi: «Io formo anche gli insegnanti – racconta Nicky – e papà fa parte del corpo docente».

Il metodo

Padre e figlia investono molte energie nella formazione degli insegnanti: il loro corso dura circa tre anni e si può partecipare dopo aver praticato yoga per almeno 4. È un metodo che riscuote molto successo tanto che arrivano a Palazzolo per studiare con Renato, e per diverse settimane, persone da tutta Europa, Stati Uniti, Cile o Canada: «Rispetto ad altri metodi – spiegano padre e figlia Turla – curiamo i dettagli spiegando il motivo per cui quel movimento si fa in quel modo. In molti ci hanno detto che sono riusciti a fare cose che prima risultavano loro impossibili».

«Corpo e mente contrattano: il corpo, limitato, ha a che fare con la mente che non lo è. Praticando si sviluppa consapevolezza, si è in ascolto di sé stessi». Ascoltandoli si possono notare punti di contatto con la psicoterapia: «Una delle difficoltà dello yoga – dice Renato – è mettersi in discussione: dobbiamo pensare ad una sponda materiale e una spirituale. In mezzo c’è un fiume impetuoso e ciò che si può fare è attraversarlo con una barca, la Sadhana, la pratica, che è piena di difficoltà che, però, sono le benvenute».

Ecco che, se non si riesce a piegare la gamba come fanno gli esperti, non è un problema: «L’importante è superare una difficoltà attraverso il corpo, porsi in maniera da superare l’ostacolo». Non importa il tempo. E continua: «L’asana, la posizione, è una chiacchierona, ti dice tante cose: se non ti ascolti, se fai il sordo, non raggiungi nulla». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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