Rampulla, portiere goleador che alzò Champions e salì in cima al mondo

Passare alla storia per un colpo di testa dopo una vita a addomesticare il pallone con le mani. Se il calcio fosse filosofia (ma non lo è forse un po’?) potremmo parlare di «paradosso di Rampulla». Ma lui, il portiere nato a Patti (provincia di Messina) 63 anni fa, non si sente un certo «profeta (incompreso) del gol», nonostante abbia infilzato, con un perentorio colpo di testa, il collega Ferron: era il 23 febbraio del 1992. Eppure, dopo tanti anni, «i ricordi di quel gesto eccezionale sono un po’ sbiaditi. Certo - ammette Rampulla -, ogni tanto lo rivedo e mi fa piacere quando viene ricordato, ma è come se fosse accaduto ad un’altra persona».
Però parliamo sempre del primo gol su azione segnato da un portiere in Italia...
Fu un qualcosa di straordinario, seguito poco tempo dopo da una partita a Verona in cui parai due rigori. Peccato però che quell’anno la Cremonese non riuscì a salvarsi.
Restando in tema di anniversari, il 22 maggio saranno 30 anni dalla vittoria in Champions della Juventus. Di quella squadra cosa ricordi?
«Sarebbe facile dire che era un gruppo eccezionale, ma c’è molto di più. Quella vittoria fu l’apice di un percorso iniziato nella stagione 92-93, quando vincemmo la Coppa Uefa. Va ricordato che, allora, era una piccola Champions League. Poi arrivammo in finale anche nel 1995, perdendo con il Parma. Lì gettammo le basi per quella cavalcata trionfale conclusa a Roma, quando alzammo la Champions».

Cosa aveva di speciale quella Juventus?
Come giocatori eravamo incredibilmente uniti. Solo in contesti così i grandi campioni possono rendere al meglio. E così fu. L’unico rimpianto è che, su cinque finali europee giocate, ne ho vinte solo due».
A giudicare da alcune foto postate sui tuoi canali social con i compagni di quella Juventus siete ancora molto legati. E' davvero così?
«Grazie ai social è diventato decisamente più facile. Abbiamo una chat, noi della Juve di quegli anni, con cui ci teniamo in contatto. Angelo Di Livio e Ciro Ferrara sono i più attivi, è un bel modo per non perdersi di vista».
Senza voler a tutti i costi fare paragoni, ma cosa manca alla Juventus di oggi per fare un salto di qualità e tornare tra le grandi?
«Non è una vera squadra, nel senso che ci sono buoni giocatori ma il gruppo non mi sembra davvero coeso. Credo sia il motivo principale delle difficoltà incontrate negli ultimi anni».
Negli anni in bianconero hai giocato con grandissimi campioni. Chi è il più forte?
«Impossibile dare una risposta secca, anche perché ho condiviso lo spogliatoio con ben tre Palloni d’oro. Direi senza dubbio Vialli, poi Baggio, Del Piero e Zidane. Ma il mio idolo assoluto resta Dino Zoff, che è il modello cui mi ispiravo da bambino».
Sei stato un secondo portiere vecchia maniera: giocavi quando serviva, senza turnover. Cosa pensi del fatto che oggi ci sia, per così dire, il portiere di Coppa, quello per il campionato e via dicendo?
«È un errore, ne sono assolutamente convinto. Un portiere deve giocare per allenare la testa e la fiducia in sé stesso. Non può scendere in campo con la paura. Io sono stato titolare fino a 30 anni e mi sono costruito la mentalità che mi è servita quando sono diventato portiere di riserva».
Ma come si fa a farsi trovare pronti se si scende in campo col contagocce?
«Io mi sono sempre allenato come se fossi un titolare. E questo che mi ha permesso di mantenere un livello costante e farmi trovare pronto».
Veniamo al calcio di oggi: chi è il tuo portiere preferito?
«Premetto che resto legato alla scuola italiana, metto al primo posto Carnesecchi dell’Atalanta, seguito da Audero e Caprile. Mi piace molto anche Meret. Certo, c’è Donnarumma, ma lui è proprio di un’altra categoria».
Ma rispetto a come adesso viene interpretato il ruolo del portiere qual è la tua opinione?
«Vedo una fisicità esasperata che ha preso il posto della tecnica. Va bene curare la parte atletica, allenare l’esplosività, ma le basi mi sembra siano troppo trascurate. Io portieri oggi non escono quasi più, hanno meno coraggio. E infatti fioccano i gol nell’area piccola. Bisognerebbe tornare alle basi, fin dagli esordi».
Quello della tecnica che, una tempo, si acquisiva nei campetti è un problema di tutto il calcio italiano, e non solo…
«Ci sono ragazzini che credono basti fare due ore di scuola calcio alla settimana per diventare un giocatore. Invece bisogna passare ore e ore a giocare, perfezionarsi Quando ero piccolo, nel paese in cui sono cresciuto, ogni giorno giocavo fino allo sfinimento. E’ così che si creano le basi per poter, un giorno, emergere».
Attualmente sei fermo ai box: hai qualche progetto per il futuro, magari anche un ritorno alla Juventus?
«In teoria sarei ancora nello staff di Paulo Sousa, ma lui ora allena a Dubai e io, dopo aver anche lavorato per cinque anni in Cina, non ho più voglia di stare così lontano da casa. Un progetto in Italia, o al massimo in Europa, potrei prenderlo in considerazione. Quanto alla Juve, resta un sogno, ma non credo ci siano le condizioni».
Se dovessi indicare il momento più alto della tua carriera?
«Dico la semifinale di ritorno di Coppa Uefa al Parco dei Principi, nel 1993. Vincemmo con gol di Roby Baggio e fui il migliore in campo. Ricordo ancora l’abbraccio dei compagni nello spogliatoio: quella resta sicuramente la mia prestazione migliore».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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