«Per l’Italia libera»: il sacrificio di quattro ribelli per amore

Lunardi e Margheriti furono fucilati dai fascisti della Rsi il 6 febbraio, Perlasca e Bettinzoli il 24
Ottanta anni fa la Resistenza bresciana
Ottanta anni fa la Resistenza bresciana
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«Voi ci fate l’onore di accomunarci alla gloria di Tito Speri». Sono passate da poco le 14 di sabato 5 febbraio 1944. Il presidente del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, paravento giuridico alla repressione fascista, ha appena pronunciato la sentenza di morte per Astolfo Lunardi ed Ermanno Margheriti. I due condannati si abbracciano, dandosi reciproco coraggio.

Lunardi ringrazia i giudici: lui e l’amico, proclama in faccia ai carnefici, moriranno come l’eroe delle Dieci Giornate, patrioti nel nome della libertà. Lunardi ha 52 anni, Margheriti 24. Cattolici, antifascisti, hanno coordinato i primi gruppi partigiani nell’Alta Valtrompia. Sono «Ribelli per amore», come nella preghiera di Teresio Olivelli. Astolfo, dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, ha organizzato la nascita della Resistenza in città. In novembre ha partecipato alla riunione fondativa delle Fiamme Verdi. Il 6 gennaio 1944 è stato arrestato a Porta Milano dalla squadra politica della questura. Poche ore prima, nella notte fra il 5 e il 6, era stato prelevato Margheriti. Un mese di carcere e poi il processo il 5 febbraio. La Repubblica di Salò vuole dare l’esempio: all’alba seguente vengono fucilati al poligono di Mompiano.

Arresti

Le prime settimane del gennaio 1944 sono tremende per il movimento partigiano, che paga l’inesperienza nella lotta clandestina, alcune ingenuità, la sottovalutazione dei pericoli, l’opera di spie e delatori. Numerosi esponenti della Resistenza cattolica sono arrestati in città. Il 4 viene incarcerato don Giacomo Vender; il 6, oltre a Lunardi e Margheriti, finiscono in cella il padre filippino Carlo Manziana, il prof. Mario Bendiscioli, l’avvocato Andrea Trebeschi. Tutte figure di primo piano. Il 18 gennaio nella rete dei repubblichini cadono Mario Bettinzoli, 22 anni, e Giacomo Perlasca, 24, i due organizzatori della Resistenza in Valsabbia. Saranno processati il 14 febbraio, condannati a morte e fucilati dieci giorni dopo nella caserma Randaccio.

Ermanno Margheriti e Astolfo Lunardi © www.giornaledibrescia.it
Ermanno Margheriti e Astolfo Lunardi © www.giornaledibrescia.it

Durante il giudizio, Lunardi e Margheriti mantengono un contegno coraggioso. Li difende l’avvocato Pietro Bulloni, grande personalità della Resistenza cattolica, primo prefetto dopo la Liberazione, padre costituente. Sono accusati di avere organizzato «bande armate per commettere delitti» e di «avere svolto azioni di guerriglia contro le Forze armate dello Stato». Gli imputati respingono gli addebiti, rivendicano il ruolo di patrioti impegnati per un’Italia libera. Ma la sentenza è già scritta.

«La giustizia degli uomini mi ha condannato ma Dio quando vedrà la mia anima pulita da ogni peccato terreno giudicherà in miglior modo degli uomini», scrive Margheriti ai genitori nella lettera di addio. «Ho amato la Patria e per essa oggi offro la mia vita. (...) Il mio sacrificio - profetizza - non sarà il solo e il mio sangue sarà versato per un ideale».

La lettera

La mattina dopo, al poligono di Mompiano, Lunardi si rivolge al comandante del plotone repubblichino: «Faccio più il mio dovere io qua, che non tu!» E Margheriti (sottotenente del Genio Alpini): «Io sono un ufficiale dell’esercito, ma tu cosa sei?» Entrambi si congedano dalla vita rivendicando con orgoglio di essere dalla parte giusta della storia.

Anche Giacomo Perlasca e Mario Bettinzoli, il 14 febbraio 1944, sono processati dal Tribunale speciale per banda armata e intelligenza con il nemico. Al loro fianco c’è ancora Pietro Bulloni. Anche in questo caso ogni difesa è inutile. Il 23 le domande di grazie vengono respinte. La notte prima dell’esecuzione, Bulloni parla con Mario. «Mi rivelò una fermezza d’animo e una serenità veramente del più fulgido eroe, che fa dedizione della propria vita», testimonierà poi l’avvocato. «Non una lacrima, non una parola di scoramento nel suo discorso calmo.

Disse che il suo sacrificio non lo preoccupava, purché l’Italia si salvasse». Così si congeda dalla famiglia: «Sia fatta la volontà del Signore. (...) Vi chiedo scusa se mi sono messo sulla pericolosa via che mi ha portato alla morte senza chiedervi il consenso». Perlasca si rivolge alla madre: «Ho fede, sono rassegnato e la misericordia di Dio è tale che certo mi salverà. (...) Il mio spirito è pronto».

Nelle loro lettere c’è il segno di una fede profonda. Non si tratta di una speranza legata al momento del sacrificio estremo. Due brigate delle Fiamme Verdi saranno intitolate a Perlasca e a Margheriti, una divisione porterà il nome di Lunardi. Quanto agli altri arrestati di gennaio, Andrea Trebeschi viene deportato in Germania: morirà nel campo di concentramento di Gusen il 24 gennaio 1945. Bendiscioli è rilasciato, ma arrestato altre due volte; padre Manziana finisce a Dachau. Don Vender è liberato, di nuovo incarcerato e condannato a 24 anni; scelto per il plotone di esecuzione in seguito a una rappresaglia tedesca, è salvato dai partigiani alla vigilia della Liberazione.

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