«Ho venduto più pantaloni che gonne: anche questo parla di libertà»

Tra le mani ha una copia dell’ultimo numero di Elle. «Versione francese, sempre». In copertina c’è Gisèle Pelicot. Dentro, i classici servizi di moda. Accostare le due cose – il mondo fashion a un’intervista e una storia così potenti – può sembrare indelicato o oltraggioso, ma è anche tramite le riviste di questo genere che si fanno strada emancipazione e autodeterminazione. E così poche pagine dopo Pelicot che dichiara la sua volontà di «scegliere di essere felice», un editoriale mostra una moda gioiosa, sbarazzina, sfiziosa. Non è un caso. Non è mai un caso. «Guardi questo servizio: abiti colorati, tagli netti, pantaloni calati: è tornato l’Elle di una volta», dice Roberta Valentini. La fondatrice del negozio Penelope la sa lunga, quando si parla di moda. E la sa lunga anche quando si parla di indipendenza e parità.
La libertà creativa
«La mia vita nella moda è lunga. Ho sempre fatto ricerca, il mio lavoro è osservare. E sono creativa». Se oggi diamo quasi per scontata l’imprenditoria femminile, nei Settanta non era così. Eppure lei aprì il suo negozio in centro a Brescia e soprattutto iniziò a viaggiare. E se da Boysloft (lo shop con le linee più giovani in via XX Settembre) si trova merce per tutti i generi, sulle relle di Penelope in via Gramsci – attenzione – c’è sempre stata solo la donna. «Ho sempre comprato per la donna senza considerare limitante questa scelta», racconta Valentini. «L'ho fatto con apertura mentale, seguendo le varie tendenze, senza darmi dei limiti di genere. Con grande libertà, non ho mai puntato su abiti che avessero un taglio preciso o un genere netto».

Un po’ come lei che – imprenditrice nel secolo scorso – non ha mai badato al suo essere donna, lavorativamente. «Certo, ci sono i limiti naturali e sociali. Io per esempio ho studiato dalle Canossiane, e questo dà un imprinting. Ma non mi sono data dei confini e ringrazio la mia natura, scevra dai complessi: ho viaggiato e ho sempre lavorato con grande libertà creativa, autocontrollata dal mio buonsenso».
Quella libertà creativa che le fece portare i tailleur maschili di Armani a Brescia appena dopo le prime sfilate dello stilista milanese. «Ho sempre venduto più pantaloni che gonne. Quando il pantalone ha fatto il suo ingresso nella moda femminile, si è subito imposto con prepotenza diventando dominante. Lo abbracciai subito, come i jeans. Oggi sono una scelta ovvia e naturale, e anche qui sta il senso della libertà. Non parlo di liberazione, perché oggi non serve più. Ma originariamente sì. Oggi è un modo di essere, di vivere. Tanto che è più innovativo chiedere una gonna. Oggi a essere diversa dalle altre è chi la indossa».
Le stiliste
Per quanto riguarda gli stilisti, anche in quel caso Roberta Valentini non ha messo paletti di genere. «La creatività nella moda può essere fatta da tutti, non ho mai badato alle differenze. Ciò che conta è il risultato, le collezioni. Certamente però ci sono stiliste che sono state l’emblema della rivoluzione, e nel mio caso sono state Vivienne Westwood e Rei Kawakubo, fondatrice di Comme des Garçons. Sono loro ad aver rivoluzionato la visione penelopesca». Da lì, tutte le altre: Chitose Abe di Sacai, Uma Wang, Catherine Holstein di Khaite, Anna Maria Marino di Maison Jejia, Marine Serre… E tutte quelle che verranno.
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