Da Torino 2006 a Milano-Cortina: Pietropoli chiude il cerchio olimpico

Vent’anni fa, a Torino 2006, Manuel Pietropoli salì alla ribalta delle cronache come l’italiano più giovane a partecipare alle Olimpiadi invernali. Era una promessa dello snowboard, specialità Half pipe, ma ad incuriosire erano più i suoi 16 anni che le sue indubbie qualità. Non andò benissimo, ma esserci era già un successo.

Ci andò anche quattro anni dopo, a Vancouver, facendo però meno notizia. Oggi il gardesano, 36 anni ad aprile, è ancora legato a doppio filo alla tavola e timbrerà il cartellino anche a Milano-Cortina. «Sarò tra gli apripista delle gare di snow a Livigno – rivela – oltre a partecipare come allenatore di Laura Zaveska, atleta della Repubblica Ceca che invece sarà in gara».
Pietropoli è maestro, istruttore, ma soprattutto allenatore: oltre a Zaveska infatti segue un altro atleta ceco, Kristian Salac, che non sarà a queste Olimpiadi, ma è già proiettato a quelle che si disputeranno tra quattro anni. Il gardesano li segue nelle gare in giro per l’Europa e nei momenti in cui è a casa si dedica ai suoi due figli e a fare il giardiniere nella ditta di famiglia che ha sede a San Martino.
La delusione
Lo snowboard però resta il faro, il punto di riferimento e lo è nonostante nel 2014, dopo due Olimpiadi e quando avrebbe potuto essere al massimo della maturità e della forma, dovette dire addio ai Giochi di Sochi. «In Italia a certi livelli c’ero solo io nell’Half pipe e venivo da un periodo di due anni in cui mi ero allenato alla grande con la squadra svizzera – racconta oggi –. La federazione italiana mi chiese di tornare, ma visto che c’erano più ragazzi da allenare nelle discipline Slopestyle e Big Air, mi disse di fatto: o cambi disciplina perché non possiamo investire risorse per una persona sola nell’Half pipe, oppure niente Olimpiadi a Sochi. Non ci pensai un attimo, dissi grazie e me ne andai, perché dovevo essere io a decidere eventualmente cosa fare della mia vita da atleta, non altri, dopo due partecipazioni olimpiche e una vittoria in Coppa del Mondo nel 2008».
Il cuore che batte forte
Resta però vivo il ricordo di Torino 2006, che Pietropoli riassume in due parole: casino ed emozione. «Casino perché parto da un fatto: io mi ero guadagnato il pass olimpico, ma c’erano altri atleti più esperti e qualificati di me a partecipare, quindi sulla carta a Bardonecchia avrei dovuto fare solo l’apripista. Esattamente come sarà a Livigno. Un cerchio che si chiude. Per cui mi spedirono in Corea per i Mondiali Juniores. Solo che uno dei nostri si fece male e così mi richiamarono in fretta e furia. Sbarcai a Roma, mi fecero fare tutti i test obbligatori, arrivai sulle piste avendo perso un giorno di allenamenti. E intanto iniziava a fare notizia che io, a 16 anni ancora da compiere, avrei gareggiato.

A quel punto è subentrata anche l’emozione e ad oggi resta l’esperienza più bella a livello sportivo della mia vita. Ero accanto ai mostri sacri dello snowboard, sapevo di non essere al loro livello, chiusi al 43esimo posto, ma poco importava».

Quattro anni dopo Vancouver. «Ero molto più pronto, ma sulle piste c’era pochissima neve e in un allenamento quattro giorni prima della gara mi ruppi lo scafoide e ciò influì molto sulla prestazione in gara. Caddi in entrambe le discese. Non il massimo insomma».
L’oggi tutto da scoprire

Il presente si chiama Milano-Cortina, con qualche incognita che Pietropoli non nasconde.
«Parto dal presupposto che sono felicissimo di farne parte come apripista, ma la sensazione è che si stia vivendo poco l’adrenalina olimpica. Forse perché le discipline sono molto sparpagliate in tanti territori, non c’è un unico villaggio olimpico che per me, a Torino 20 anni fa, fu un punto di riferimento assoluto. Incontravi tutti, dal ragazzino come me al pluricampione mondiale. Era tutto più circoscritto, qui forse si rischia di perdere un po’ di quella magìa che solo le Olimpiadi sanno regalare».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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