«Appena l’ho vista ho notato gli occhi verdi, il bel fisico». Per Luciano Consolandi il primo incontro con Loris Marchesini è stato un colpo di fulmine, anche se le circostanze in cui i due coniugi si sono conosciuti sono decisamente tragiche. Era il 28 maggio 1974, difficile dimenticarlo.
Ma capita che nel bel mezzo della tragedia nasca qualcosa di così profondo e resistente da durare da mezzo secolo. Come l’amore, che nel loro caso si intreccia alla storia dell’azienda di famiglia e ai valori sindacali che, dalla provincia in cui vivevano e lavoravano, li portarono nel centro di Brescia.
Il racconto di Luciano
«Quando raccontiamo di come ci siamo conosciuti tutti si stupiscono, ma è nata davvero una storia. Ci siamo incontrati in Piazzale della Repubblica», ricorda lui, «perché facevamo parte di due delegazioni sindacali di un’azienda di elettrodomestici. Io arrivavo da Roncadelle, Loris e cinque sue colleghe da Bedizzole. Non ci eravamo mai visti.
In realtà quel giorno non pensavo a nulla di sentimentale. Prima il corteo, poi i discorsi sindacali... Eravamo presi da quello. Poi lo scoppio: ci stavamo riparando dalla pioggia sotto i portici, vicini a uno dei pilastri, e il primo istinto è stato quello di scappare. Ma appena ho capito cosa era accaduto mi sono premurato di cercare le ragazze, tra le quali c’era Loris». Una volta usciti indenni da quel bailamme — un bailamme analogico in cui non c’erano cellulari e comunicazioni veloci con familiari e amici — propose loro di vedersi il giorno successivo a Bedizzole, per riprendersi dall’accaduto.
«Arrivai al bar e c’era solo Loris. Mi disse che le altre stavano bene, ma che non potevano unirsi a noi. Davanti a un caffè parlammo di tutto, anche della nostra vita sentimentale». E qui il colpo di scena: lui era single, lei impegnata. «Con grande rispetto la salutai. Non pensavo l’avrei mai più rivista». A riannodare il filo ci pensò una pizza. «O meglio, una cena sociale organizzata dall’azienda. Andai di nuovo da Bedizzole a Roncadelle, la vidi e restai folgorato. Fu lì che iniziò la nostra storia.
Luciano e Loris si sposarono nel 1977. «In concomitanza con le nozze, Loris aprì una piccola azienda di assemblaggio di elettrodomestici in una stanza dei genitori, che erano agricoltori. Lavoravamo già nel settore e soprattutto credevamo nel lavoro di un certo tipo. Dopo quasi 50 anni occupiamo 20 persone. 17 sono donne e ne siamo molto fieri: è un’azienda davvero al femminile». I valori che li portarono ad aprire la ditta sono gli stessi che li avevano portati in corteo quel 28 maggio. «Da una cosa tremenda è nato qualcosa di estremamente positivo. Da quell’incontro sono nate una famiglia e un’azienda con valori importanti». Il ricordo, dice Luciano, rimane sempre vivo. «Mia moglie ha sofferto di insonnia, io no. Ma l’episodio lo rivivo quotidianamente», ammette.
Il racconto di Loris
Anche chi non crede nel destino deve ammettere che esistono situazioni incontrollabili e azioni imprevedibili, che ogni giorno condizionano le nostre scelte.
«Io e Luciano ci siamo presentati per la prima volta quella mattina in piazza della Repubblica - racconta Loris Marchesini -. Non ci eravamo mai visti prima». Era la mattina del 28 maggio ’74 e quella stretta di mano, a poche ore dallo scoppio della bomba in piazza Loggia, avrebbe potuto essere la prima e l’ultima per Loris e Luciano. «Io al tempo ero fidanzata e lui non mi colpì particolarmente: è stata la sua insistenza nei giorni successivi a far sì che nascesse qualcosa», precisa Loris sorridendo.
Già, perché da piazzale della Repubblica il gruppo, composto da ragazze giovani e responsabili sindacali con più esperienza, si spostò sotto i portici per la manifestazione antifascista, a pochi metri dal cestino con l’ordigno. Alle 10.12 l’esplosione, il caos e la paura di aver perso una collega, prima di tornare alla solita vita.
«Il giorno dopo Luciano da Roncadelle è venuto nella nostra sede di Bedizzole per vedere come stavamo, ma in seguito ogni scusa era buona per venire da noi - scherza Loris -. Tre giorni dopo l’attentato sono andata in città per fatti miei e la prima persona che ho incontrato è stata Luciano: lì ho capito che il caso voleva dirmi qualcosa. Abbiamo iniziato a uscire a cena in compagnia e poi è nato l’amore». Che dura da cinquant’anni e dopo il matrimonio ha portato due figli. Per Loris una vita appagante, fatta anche di momenti duri, ma sempre con accanto Luciano.
«Quando racconto come ci siamo conosciuti non lo faccio con estrema gioia, ma con interesse sì - spiega Loris -: mi fa piacere che le persone conoscano la storia della nostra città, oltre alla mia personale. Quando passiamo in piazza Loggia ci fermiamo sempre a ricordare quello che è accaduto. Chi non sa come ci siamo incontrati e non sa che è stata la strage ad unirci, rimane sempre molto sorpreso».
Cosa sarebbe successo se la bomba non fosse scoppiata? L’incontro tra Loris e Luciano ci sarebbe stato comunque, avrebbe avuto la stessa portata? Un fatto tragico e le sue conseguenze hanno cambiato in meglio la vita di due persone? Domande con poco senso, come tutte quelle che aprono il campo ad alternative irrealizzabili.
«Magari ci saremmo conosciuti ma non frequentati perché senza la strage sarebbe venuta meno quella particolare circostanza - ammette Loris -. Esistono due sensazioni contrapposte: la bomba mi ha permesso di costruire qualcosa di bellissimo, ma allo stesso tempo ha causato tantissima sofferenza. A volte mi chiedo se sarebbe stato giusto rinunciare alla mia storia per salvare 8 persone ed evitare 102 feriti». Un dilemma senza risposta, che racchiude in sé tutti i dubbi e i giochi del destino.



