La storia del panificio Bonomi di Gardone e del lievito madre del 1938

È il tardo pomeriggio di un giovedì qualsiasi e davanti al profumato bancone del panificio Bonomi di via San Francesco di Gardone Valtrompia si alternano decine di persone. Tra sacchetti del pane che si riempiono e vassoi di biscotti e torte pronti per essere spacchettati di lì a poco per la cena, in famiglia o tra amici, da una parte all’altra del bancone è un continuo rimpallo di chiacchiere e battute.
Lo stesso scambio di informazioni - «Come sta tua moglie? E tuo figlio?», «Dove andate a Natale, da tua suocera?» - che c’era decenni fa nelle botteghe di vicinato. Di fatto il panificio gestito da Marco e Maria Giulia (fino a qualche anno fa c’erano anche Attilio e Beppe, oggi in pensione), è un’attività storica riconosciuta dalla Regione.
La storia
Il calore e i rapporti sono ancora quelli di una volta, sebbene l’ambiente, curatissimo, sia stato completamente rinnovato con pareti di assi in larice recuperate da cascine abbandonate. Il panificio così rimesso a nuovo è stato inaugurato il 26 ottobre scorso alla presenza di tanti amici e clienti e di diversi esponenti del Consiglio comunale. Una grande festa a coronamento di un impegno che arriva davvero da lontano.
La storia della famiglia Bonomi parte con papà Aldo, originario di Pertica Bassa, che nel 1938 aprì un panificio dopo essere tornato dal fronte.
«Nel 1960 iniziarono le migrazioni verso le Americhe dai paesini dell’Alta Valsabbia - ricorda Marco -. La vita in montagna era molto dura; papà, nel 1962, decise di trasferirsi con la famiglia a Gardone. Qui, in via Zanardelli, rilevò un panificio storico poi chiuso nel 1997».
Erano gli anni del boom economico e anche Aldo ne approfittò: insieme ai suoi fratelli costruì un condominio in paese e nel 1969 aprì un forno «proprio qui dove siamo noi oggi - prosegue Marco -: all’epoca non c’era nulla, solo un campo di frumento con le mucche, poi hanno costruito l’ospedale, le case e la rsa».
Da allora di farina nelle impastatrici ne è entrata a quintali. Una cosa, però, è rimasta la stessa: il lievito madre con cui ancora oggi si fa il pane, che è quello con cui aveva iniziato l’attività papà Aldo. «È un lavoro duro - spiega Marco -, io e mia sorella, specie con l’avvicinarsi delle feste, arriviamo a lavorare anche tra le 18 e le 20 ore al giorno. Però ci appassiona tantissimo». La loro passione si riflette perfettamente nei prodotti che sfornano: dal pane di ogni tipo, le focacce e i dolci.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Domenica
Rubriche, commenti, approfondimenti e idee da leggere con calma, quando e dove vuoi.
