Il bandito Bertoli: «Io, Giotto, e quei colpi al caveau di via Moretto»

L’intervista alla persona che negli Anni ’70 fu capo della più temuta banda bresciana, quella degli «uomini della lancia termica»
Ispezione ai fori della banda nella Garzetta in via Moretto (1978)
Ispezione ai fori della banda nella Garzetta in via Moretto (1978)
AA

Là dove oggi calcano i loro passi gli esploratori di BresciaUnderground, un tempo si arrischiava solo un uomo. Nel buio, si calava in un tombino attraverso la botola segreta creata sul fondo del furgone eletto a officina mobile. Armato di coraggio e sfrontatezza. Con un obiettivo tutt’altro che culturale: i soldi.

Quelli della filiale Cariplo che sorgeva a metà Anni ’70 all’angolo tra via Gramsci e via Moretto. Le inchieste su quei tre assalti, tutti sfumati fra il 1976 e il 1979, restarono contro ignoti. A quasi mezzo secolo, quell’uomo è ridisceso, nel dedalo di cunicoli teatro di trivellazioni notturne e incursioni.

Raffinate, avventurose, ma criminali. Di esserne stato l’ideatore e l’autore non l’aveva mai ammesso. Specie a chi più di tutti lo torchiò negli anni, Francesco Delfino, ufficiale dell’Arma (e del Sismi), «che fu per me un tumore maligno, ma anche la molla per continuare sulla mia strada». Parla, ora che ha 81 anni, per amicizia con quei «ragazzi» di Brescia Underground ai quali ha affidato già vent’anni fa qualche segreto sul sottosuolo della città. E che ora hanno dedicato alle sue malefatte un’insolita ribalta sotterranea. Parla come un fiume in piena, come manco la Garzetta.

Eppure l’esordio è uno spartito d’altra musica: «La mia storia è segnata dal silenzio: per bocca mia nessuno è finito in caserma». Strano modo per cominciare un’intervista. Di normale, d’altro canto, nella vita di Egidio «Giotto» Bertoli c’è ben poco. Artigiano e bandito, autore di assalti miliardari ai caveau ed ergastolano («"ergastolano, ma una brava persona" mi presentò ad amici un industriale» precisa), inventore e ospite di talk show (fu anche da Sandra Milo), padre di tre figli (l’ultimo lo dice «gozziniano», dalla legge che riformò il regime carcerario e ne consentì il concepimento) e imprenditore. Evaso, pure. Rivendica e pretende ogni appellativo, oggi che incurante dell’anagrafe, non ha paura di guardare al passato, quello del più temuto «ladrone» (così si definisce) del Bresciano.

Gli «uomini della lancia termica»

Il capo della banda degli «uomini della lancia termica», come la ribattezzarono i giornali negli Anni ’70 e ’80 dallo strumento principe usato negli assalti alle camere blindate delle banche, rifugge solo un’etichetta: quella di assassino, che pure la giustizia gli affibbia per un colpo in cui morì, ferito da arma da fuoco, un vigilante. «Non fui io a sparare, potevo dimostrarlo ma il timore di perdere dei benefici carcerari per una revisione del processo mi spinse a rinunciare». Lo dice esibendo fascicoli di sentenze assieme a volumetti illustrativi dell’invenzione a cui tanto tiene. Il «Nesdor», apparecchietto che applicato all’orecchio evita a chi guida di addormentarsi, vibrando e generando suoni sufficienti a ridestare chi ha appena inclinato la testa per un colpo di sonno.

«Ho sempre cercato di far del bene io. Morirei felice se potessi salvare anche solo una vita», assicura Bertoli che ha scritto a mezzo mondo per trovare chi diffonda il suo ritrovato. Nella villetta in cui, lasciato il carcere a partire dal ’94, vive con la moglie - sempre accanto a lui, nella buona e soprattutto nella cattiva sorte, quando il carcere e le prospettive del «fine pena mai» non conoscevano appelli - suona, dipinge, scrive («mai letto un libro» assicura però).

Ascoltandolo si fa fatica a riunire in sequenza le tante vite di «Giotto» Bertoli (l’appellativo era del padre, bravo a scuola da bimbo a fare «o» perfette, lui lo ereditò come scötöm). I suoi guai, a sentir lui, nascono proprio in famiglia, dove si sente bistrattato. Poi per difendere una fanciulla i primi screzi coi carabinieri. A 15 anni il soggiorno forzato in cella con un compagno d’eccezione Ermanno Buzzi, il «cadavere da assolvere» del primo processo per la Strage di piazza Loggia («finii al carcere per adulti benché minore, Buzzi non faceva che raccontare storie, a me rese affascinante il crimine»).

Quindi i tentativi di aprire un’officina, lui artigiano ingegnoso, e quelle che lui bolla come ingiustizie di datori di lavoro e non. Poi la strada devia: «Il crimine non paga» commenta oggi. Allora dovette pensarla diversamente, con colpi messi a segno un po’ ovunque, trasferte oltre oceano (vi incontrò Albert Spaggiari, il marsigliese dell’Oas accusato dell’attentato a De Gaulle) e una rosa di esperienze carcerarie, fra arresti e latitanze, fino a La Santé di Parigi. Con frequentazioni «forzate» di camorristi come Raffaele Cutolo, nomi grossi della mala e brigatisti come Prospero Gallinari.

I caveau

La sua fissa? I caveau. A Lecco gli riuscì nel 1979 il colpo della vita. Bottino stimato di 5 miliardi di lire (15 milioni di euro odierni, mal contati), rubati al Credito Italiano: ingresso da scarichi fognari raggiunti in gommone dal lago. Già al Banco popolare di Lumezzane non gli era andata male. «Facevo tutto io, gli altri mi seguivano. La banda ero io» recita oggi l’ex capo della «gang degli uomini d’oro».  Ma a Lecco finì in manette, per dettagli da nulla: un gommone comprato a Brescia, le targhe «Bs» di alcune auto.

E i soldi dei colpi? Lo sguardo liquido e inquieto, quello di un ragazzino, è già altrove. La voce intona un’altra storia. Ecco, al caveau della Cariplo com’è andata? Male. «La prima volta riuscii a entrare. Ma chi faceva il palo non si accorse che le donne delle pulizie non erano ancora uscite. Dovetti fuggire. Perdemmo l’attrezzatura». Le preziose lance termiche «che progettavo e costruivo da solo», le stesse ritratte nelle vecchie foto del GdB di allora colme di poliziotti. Poi l’evoluzione: ingresso dalla Garzetta, da sud fino a un condotto a sezione ovoidale di 600 metri che raggiungeva su un carrellino creato su misura, «il Lem», nome in voga dalle missioni lunari.

Ma un metronotte lanciò l’allarme quando mancava pochissimo. «La terza volta svenni all’improvviso: in ospedale mi dissero che avevo la leptospirosi», contratta nelle notti vegliate scavando sottoterra. Per quei colpi Delfino lo convocava spesso: «Credeva sapessi anche molto di quel che era successo a Brescia, viste le mie frequentazioni. Ho sempre pensato che da me volesse altro»: allude a verità scomode sul terrorismo. Ma Giotto era un «ladrone», la politica non lo toccava. Lui cercava la luce dell’oro tra le tenebre degli abissi.

Là dove è tornato dopo 50 anni coi ragazzi di BresciaUnderground e gli stivaloni, da visitatore. Assieme a uno dei figli, il giorno della Festa del papà. Quando gli si chiede se rifarebbe quel che ha fatto tornando indietro, è tranchant: «Una vita come la mia? Non la auguro al mio peggior nemico. Eppure le mie malefatte oggi servono a loro, a BresciaUnderground: sono sentinelle, che impediscono il verificarsi di nuovi delitti, dal male fiorisce il bene».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.