Giovani supereroi sulla powerchair: ora si confrontano con la serie A

L’ultimo gol in serie A il Brescia, già da tempo retrocesso, lo segnò con Torregrossa, su rigore, contro la Sampdoria (1-1). E non esultò nessuno, perché a Mompiano – in piena era Covid – quel primo agosto 2020 si giocò a porte chiuse. Poche settimane fa un intero Palazzetto ha esultato per la rete segnata da Antonio Magri, scolaro della terza elementare, che ha compiuto 8 anni in estate. Anche questa è servita a poco, perché non ha evitato la sconfitta per 6-1 contro Treviso, ma ha un valore storico assoluto, perché è la prima segnata nel massimo campionato dalla Brixia Pcf, che ha riportato il nostro calcio nel massimo campionato, sia pure nella versione powerchair.

Il piccolo lo ammette, è un gran chiacchierone e ha un messaggio da rivolgere: «Noi non camminiamo, però ci sentiamo uguali agli altri calciatori, anche se a spingere la palla non sono i piedi ma la paratia sistemata davanti alla carrozzina elettrica». Il suo animale preferito è il leone e così – anche se di origine bergamasca – Antonio è già diventato un ideale figlio della Leonessa ed è molto orgoglioso di giocare con la «V» sul petto, quella che da tempo al Rigamonti non vediamo più.
Le storie di questi giovanissimi atleti fanno capire come lo sport annulli ogni differenza. Lorenzo Defronzo, 12 anni, ha problemi a muovere anche le braccia e allora per azionare i comandi utilizza un joystick posto sotto il mento. «Ho sempre amato il calcio – racconta –. Questo sport è bello, è dinamico, è competitivo, divertente da giocare. Era il mio sogno da quando ero piccolo. Non sapevo che esistesse la possibilità di praticarlo su carrozzina elettrica. Appena ne sono venuto a conoscenza non mi sono più perso un allenamento». E poi c’è Nunzia Pia De Francesco, una delle veterane, anche se ha solo 23 anni. Ha il Napoli nel cuore e la voglia di emergere nel calcio, la passione per Maradona e un obiettivo inconfessato: diventare un campionessa.
Abituati a lottare ogni giorno nella vita, questi ragazzi in campo sono indomabili guerrieri anche se le prime tre partite di campionato non hanno fruttato punti. «Ci aspettavamo le sconfitte – ripetono a tutti quelli che glielo chiedono –, ma riusciremo anche a vincere. Non proviamo amarezza, bensì gioia: giocare assieme è felicità pura. Quello che chiediamo è una cosa sola. Venite a vederci». Tre settimane fa Roncadelle, sede delle partite interne e degli allenamenti, ha risposto all’invito: tifo alle stelle, sbandierate e cori per la prima gara casalinga. In attesa che l’Union cresca, godiamoci questi piccoli grandi eroi, che dimostrano di essere da serie A sia dentro sia fuori dal campo.
Il progetto
«Tutto è nato a Manerba, nel 2023, col nome Valtenesi – ricorda il presidente Davide Franchi –. Poi, per ragioni logistiche, ci siamo spostati verso Brescia, perché la maggior parte dei nostri atleti proviene da varie parti della provincia, ma non mancano quelli di altre città o regioni. La rosa comprende una ventina di ragazzi con disabilità fisiche e intellettive. Nove di loro prendono parte al campionato, in attesa che anche gli altri acquisiscano movimenti e meccanismi di gioco».

La svolta è arrivata quando, grazie ai bandi di Sport e Salute, sono arrivate 15 carrozzine attrezzate per il gioco, ciascuna delle quali costa 15mila euro. Sono altamente tecnologizzate, vere e proprie Ferrari da guidare e maneggiare con cura. E poi ci sono le varianti per le singole carrozzine a seconda delle posture di ogni giocatore, che comportano un’ulteriore spesa di circa 2mila euro. «Tutti costi a carico della società – precisa Franchi –. Le famiglie non spendono un euro, anche perché già hanno altre spese mediche da affrontare per curare al meglio i propri figli. Ecco perché ringraziamo i nostri sponsor oltre ovviamente al Comune di Roncadelle, che ci mette a disposizione gli spazi, nulla sarebbe stato possibile».
Terzo tempo
Intanto Brescia si è già fatta conoscere nell’ambiente, perché è la squadra del terzo tempo, e non ci riferiamo solo al rinfresco post gara. «Abbiamo così tanti ragazzi che chiediamo sempre, al termine dei due tempi regolamentari, di disputarne un altro "amichevole", per far giocare tutti». Ma quelli che si divertono di più sono gli allenatori. «È più quello che danno a noi i giocatori sul piano umano – ammette Marco Rosellini, che lavora anche nello staff della Nazionale – di quanto noi diamo loro sul piano tecnico».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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