Storie

Le mille vite dell’ex nuotatore Bossini: «Quel quarto posto ai Giochi...»

I titoli europei, la malattia, le esperienze da allenatore: «Ora vendo auto di lusso, a Torino ho trovato il mio posto». La nostra intervista
Fabio Tonesi

Fabio Tonesi

Giornalista

Paolo Bossini, oggi 41 anni, qui nel maggio 2004 quando vinse i 200 rana agli Europei di Madrid - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Paolo Bossini, oggi 41 anni, qui nel maggio 2004 quando vinse i 200 rana agli Europei di Madrid - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Titoli, delusioni, la malattia, i viaggi, la capacità di reinventarsi sempre: la vita di Paolo Bossini, a quasi 41 anni, può essere rappresentata da una matrioska, perché al suo interno ne contiene altre mille. Alle Olimpiadi di Atene 2004 il nuotatore sfiorò il podio arrivando quarto nei 200 rana, tra 2010 e 2011 dovette combattere un tumore al sistema linfatico, due anni dopo lasciò l’agonismo e trovò nuovi stimoli in altro: a bordo vasca da allenatore anche all’estero, da inventore di gioielli, ora anche da venditore di auto di lusso. È partito da Villa Carcina, ha vissuto a Roma, Pesaro, in Repubblica Ceca e in Svizzera, ora è a Torino. «La mia tappa finale», dice lo stesso «Boss», raccontandosi a 360 gradi in una lunga intervista.

Bossini, è stato un talento precoce: a 19 anni già campione europeo dei 200 rana e subito proiettato alle Olimpiadi. Cosa si prova, a quell’età?

Tante emozioni, anche indescrivibili e difficili da affrontare così giovane. Non si ha né la coscienza, né la maturità che si ha più avanti ma sono emozioni che restano dentro per sempre.

Adesso c’è una narrazione diversa dei quarti posti, lei finì in quella posizione ai suoi primi Giochi olimpici ad Atene 2005 e pure ai Mondiali di Melbourne nel 2007. Come l’ha vissuta?

Non bene, perché una medaglia è una medaglia. Un atleta vive in funzione del podio e il quarto posto mi è pesato anche negli anni successivi della carriera. Sono partito per andare a podio, i distacchi erano minimi. È stata una bella botta.

L’ha poi assorbita?

Un po’ di rammarico è rimasto, perché in quella gara non ho mai sentito di aver dato il massimo. Sapevo che potevo dare di più, a fine gara avevo ancora energie, ho gestito male la strategia. Ho aspettato gli ultimi 50 metri e invece sarei dovuto partire prima dell’ultima virata: ero giovane, con poca esperienza, c’era timore. Pensavo che il ritorno alla Bossini, come chiamavano gli ultimi miei 50 metri, sarebbe bastato. Era così in Europa, non nel mondo.

Però aveva già l’oro europeo e poi arrivò anche quello in vasca corta.

Sì, ma non mi bastava. E ci fu anche la batosta successiva, ai Mondiali 2005 di Montreal: avevo il primo tempo e fui operato di appendicite urgente. Col tempo nuotato già tre mesi prima, avrei preso l’oro. Avevo una gran voglia di riscatto, invece…

In gara alle Olimpiadi di Atene 2004: fu quarto nei 200 rana - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
In gara alle Olimpiadi di Atene 2004: fu quarto nei 200 rana - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Cosa passa nella testa dell’atleta in quel momento?

Ti senti impotente, non puoi farci nulla. Vedi tutto il lavoro, i sacrifici, la fatica fatta scrollare via in un attimo. È una folata di vento.

C’è stato un momento ben più duro: fine 2010, la scoperta a 25 anni di un tumore al sistema linfatico, il cosiddetto linfoma di Hodgkin. Come l’ha affrontato?

Lì è stata dura, perché ti senti inerme. Mi ricordo che discutevo col medico perché c’erano gli Europei e pensavo che due mesi potevano bastare. Non capivo la portata della cosa. Lui mi disse che ci voleva un anno e non è detto che sarei stato ancora lì.

Qualcuno però pensava che lei avesse perso la voglia di nuotare. L’ha infastidita?

Quando fai quello per lavoro, ti alleni sempre e senti se il tuo corpo non regge. Tutti attorno pensavano fosse un calo di stimoli, ma non era così. Volevo allenarmi, ma facevo fatica. Però un po’ capisco i tecnici: ho avuto atleti magari non esemplari, ma che si allenavano, era difficile credere se avevano davvero un dolore alla spalla oppure non avevano voglia di faticare.

Nel 2004 la festa nella sua Villa Carcina dopo il primo campionato europeo - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Nel 2004 la festa nella sua Villa Carcina dopo il primo campionato europeo - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

È tornato, non è riuscito a centrare il minimo per i Giochi di Londra 2012, l’anno dopo si è ritirato. E nel 2013 ha provato il triathlon, perché?

Più che altro per pubblicità, col team Piton. Era giusto per giocare, anche perché sono un disastro nella corsa.

Sono passati 13 anni da quando ha smesso, l’Italia ha grandi ranisti veloci come Niccolò Martinenghi o Benedetta Pilato. Ma sui 200 resta lei il più forte?

Su 50 e 100 ce ne sono una marea, sui 200 è dal 2012 che non abbiamo nessuno. Credo perché manchi la voglia di sacrificarsi maggiormente. C’è stata una grande crescita sulle distanze corte, ma su quelle lunghe abbiamo solo nomi storici come Paltrinieri e Quadarella. Probabilmente la mentalità dei ragazzi d’oggi è propensa alla velocità: meglio 50 e 100, esplosivi e divertenti, piuttosto che farsi il mazzo per chilometri e chilometri. È un peccato, basterebbe uno che prenda una medaglia e tiri il carro, nel quadriennio successivo ne salterebbero fuori tantissimi di ranisti sui 200. Ai miei tempi era difficile andare all’Italiano e qualificarsi per le Olimpiadi.

Sul podio con il bronzo colto nel 2005 agli Europei in vasca corta di Trieste - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Sul podio con il bronzo colto nel 2005 agli Europei in vasca corta di Trieste - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ha fatto a lungo anche l’allenatore: Roma, Pesaro, a capo della nazionale della Repubblica Ceca e poi con quella Svizzera. E ora?

Più che altro faccio il direttore sportivo, seguo un gruppo vicino a Torino. Ma mi occupo di tutt’altro.

Perché?

Perché finché l’ho fatto all’estero ha funzionato, c’è una mentalità diversa. In Italia abbiamo perso le prerogative della vecchia guardia. I ragazzi scelgono vie più facili, meno dispendiose e io non ci cozzo bene. Specialmente con i genitori di adesso, sono tremendi e invasati. La mia fortuna è stata avere dei genitori che con me non parlavano di nuovo: mi dicevano di andare dall’allenatore perché loro non avevano le competenze per sapere cosa era giusto o sbagliato nell’attività sportiva.

E quindi ora cosa fa?

A Torino vendo auto di lusso, di fascia medio alta. È sempre stata la mia seconda passione, quando nuotavo cambiavo spesso auto. Mia madre mi diceva che se non avessi comprato tutte quelle auto, ora avrei 50 appartamenti…

Però ha fatto tanto altro. Come il mental coach.

In Svizzera facevamo tanti aggiornamenti e questo è sempre stato un mio cavallo di battaglia nella metodologia di allenamento. Lo faccio con i miei atleti, ma non ho allargato il raggio. La figura ora è riconosciuta, ma gli sportivi forti non ne hanno bisogno per arrivare. Per chi è destinato, vincere non è difficile. È difficile confermarsi. Gli atleti non lo utilizzano per credere in se stessi, ma per rilassarsi e costruire tanti anni a quei livelli.

Più di una decina d'anni fa durante l'esperienza da allenatore a Pesaro © www.giornaledibrescia.it
Più di una decina d'anni fa durante l'esperienza da allenatore a Pesaro © www.giornaledibrescia.it

Ha ideato e vende anche dei braccialetti fatti con la plastica delle corsie della piscina. Come le è venuta l’idea?

In Svizzera arrotolavamo il tutto sul rullo, così ho avuto un’intuizione. Ho contattato Ossidabile, azienda della quale ora sono socio e ho parlato di questo progetto nuovo. Siccome la plastica andava smaltita, l’abbiamo riciclata.

Nel suo curriculum c’è anche tanta solidarietà, come nella lotta alla sclerosi multipla.

Chiunque mi chiami per beneficenza, se posso lo aiuto volentieri. Non come tanti miei colleghi... Nella vita ho avuto vicissitudini che mi hanno fatto ricordare da dove venivo, tanti se ne dimenticano. La figlia di un’amica della mia ex moglie vive un momento difficile, a tanti ho chiesto un video per spronarla. Su 20, avranno risposto in 3-4. Degli storici l’unico è Massimiliano Rosolino, in questo è sempre molto attivo.

Paolo Bossini in una foto di tre anni fa - Da Facebook © www.giornaledibrescia.it
Paolo Bossini in una foto di tre anni fa - Da Facebook © www.giornaledibrescia.it

Fa il ds, vende auto. Come è la sua vita oggi?

Negli ultimi tre anni sono rientrato in Italia, ho tre figli con la mia ex moglie, mi sto risposando e ho una bambina con la mia nuova compagna. Mi sono rimesso in gioco a 41 anni, è un’ulteriore vita. È come se dopo un certo numero di anni io abbia bisogno di cercare nuovi stimoli, me l’ha insegnato il nuoto.

È un cittadino del mondo. Ma come mai ha scelto Torino?

La città mi è rimasta nel cuore perché è partito tutto da qui, dove mi sono preparato per i primi europei vinti. Me ne ero già innamorato e avevo conosciuto all’epoca la donna con cui sto oggi. La vita ci ha portato altrove, tre anni fa ci siamo ritrovati e non ci siamo più lasciati. Questa è la mia tappa finale.

Bossini tedoforo a Torino per le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 - Da Facebook © www.giornaledibrescia.it
Bossini tedoforo a Torino per le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 - Da Facebook © www.giornaledibrescia.it

E se arrivasse un’altra chiamata dall’estero?

È arrivata l’anno scorso dalla Svizzera, questa volta li ho ringraziati. Ho fatto quello che dovevo. Un allenatore mi disse che nella vita c’è un tempo per tutto. Ho avuto tempo di fare le mie esperienze, di girare il mondo, di provare tutto. Ora ho il mio posto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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