Ennio, Ruggero e Danilo sono nelle prime file. E con loro c’è Daniela, la moglie di Mauro. Che non è quello a cui piace stare tra la folla «perché per me è così, meglio in disparte». Sono gli amici di Beccalossi, quelli cresciuti con lui, diventati adolescenti e uomini insieme. Il pallone all’oratorio prima, il briscolone del lunedì al Bar Pesa poi.
Il tiramisù

Perché Evaristo tornava sempre a San Polo, anche da loro. Un abbraccio, due battute in dialetto, un caffè, le carte. Loro, che ci sono sempre stati, anche negli ultimi mesi, quelli più difficili. Ma è esattamente lì che gli amici non ti abbandonano. Anzi, ti stanno ancora più accanto. «Mi aveva chiesto il tiramisù di mia moglie Daniela, glielo abbiamo portato, era felice di mangiarlo», ricorda Mauro con le lacrime agli occhi.
C’è una vita nelle sue parole, quella che inizia col gruppo di amici piccoli, piccolissimi. «A 11 anni lo vedevi giocare e non capivi se fosse destro o sinistro. E lo dice uno che di calcio ne capisce poco, ma lui era davvero bravo – ricorda Mauro –. Io a quell’età smisi la scuola per andare in cava a lavorare, lui fece in modo di crearsi una carriera da calciatore professionista. Poi crescendo ognuno di noi ha preso la propria strada, ma siamo rimasti legatissimi, tutti quanti. Non c’era differenza tra il commerciante, l’operaio, il calciatore. Lui per noi era il Becca, punto e basta, quello della sigaretta e della battuta pronta».

Erano tutti lì, nella «loro» chiesa, nel «loro» oratorio. A sorridere, a commuoversi. «Quella era la sua maglia», dice Mauro mentre passa un tifoso, casacca del Brescia anni Ottanta, sponsor Wuhrer. Intanto in chiesa scatta uno dei tanti applausi e gli amici si alzano in piedi, quasi ad abbracciarlo.




