Manhattan sta agli Stati Uniti come Venezia sta all’Italia: sono formidabili spot per paesi – o «nazioni», come preferiscono chiamarli sia Donald J. Trump, sia la nostra premier Giorgia Meloni – con i quali però condividono poco, quasi nulla. Per questo motivo ho cercato alloggio a Brooklyn, dall’altra parte dell’East River, per seguire le elezioni americane più drammatiche a memoria di viventi.
Da qui m’illudo, forse, di poter interpretare meglio le ragioni per le quali in Pennsylvania, Michigan o Nevada voteranno per la democratica Kamala Harris o il repubblicano Trump. Intanto, come milioni di altri cittadini in tutto il mondo preoccupati per la sorte della democrazia negli Usa, interrogo freneticamente i sondaggi online. Da una settimana ne vengono diffusi decine ogni giorno, senza che arrivino indicazioni univoche per i sette stati in bilico, quelli che, per una manciata di voti, potrebbero consegnare i pacchetti di Grandi Elettori a uno o all’altro dei contendenti.




