Massimo Minini, che a 65 anni corre ancora, al figlio lo dice sempre: «Il motocross non fa per te». Troppo alto per montare in sella, meglio il basket, come al giovane hanno sempre consigliato tutti. E così Dario, «condannato» dalla sua statura, che nella maturità ha raggiunto i due metri e sei centimetri, molto presto si è dato alla pallacanestro, spinto dal cugino allenatore Alex, dopo aver cominciato – come tutti – dal calcio. «Un obbligo più che una scelta – ricorda –, ma io sognavo di ripercorrere le orme di papà. Fra l’altro in carriera aveva ottenuto anche risultati importanti. E quando ho capito che lui la moto non me l’avrebbe comprata, a 18 anni ci ho pensato io».
Dalla moto al basket
Un primo allarmante segnale andava raccolto, forse un segno del destino. «Alla prima gara mi sono subito rotto la tibia». E vale la pena ricordare come si è conclusa l’ultima, nell’estate 2024: «Stavolta mi sono fratturato la clavicola e ho capito che questo sport non faceva per me».

Intanto aveva abbandonato il basket nel 2019 dopo una lunga carriera da centro nella Lic Verolese e un biennio al Pontevico. C’era però chi non l’aveva mai perso d’occhio, e cioè Matteo Linetti, presidente del suo vecchio club di Verolanuova. «Faccio l’imbianchino. Più volte, in paese, mentre lavoravo, lo vedevo passare per strada, apparentemente per caso, e ogni conversazione si concludeva sempre con l’invito a tornare in palestra».
È quanto ha fatto all’inizio della scorsa stagione, entrando in punta di piedi in un gruppo già formato per puntare alla promozione in C. «Quando me lo sono visto davanti – ricorda il coach Federico “Cico” Cullurà – ovviamente mi ha fatto molto piacere. L’avevo notato a 14 anni in una rappresentativa regionale, quando aveva già raggiunto i due metri. Un lungo del genere fa sempre gola. E poi, come si dice in gergo, aveva ancora la mano educata. Gli mancava, ovviamente, solo il ritmo». Minini, però, ha conquistato il gruppo soprattutto per altre doti, una su tutte la discrezione. «Il primo anno ha pensato soprattutto ad allenarsi - ricorda Cullurà –, per entrare in sintonia con gli altri, senza pretendere altro. Non ha saltato una seduta e così ho capito che oltre a essere un buon atleta Dario è soprattutto una persona seria». E quando la Lic Verolanuova ha conquistato la promozione, nelle foto dei festeggiamenti Minini si è sempre messo un po’ in disparte, per regalare la scena ai compagni che avevano giocato di più. «In qualche partita ero entrato, però i protagonisti erano stati altri».
Salto di qualità
Comprensibile che la matricola Lic Verolanuova si rinforzasse in estate per arrivare quantomeno alla salvezza e per Minini, in teoria, gli spazi avrebbero dovuto ulteriormente restringersi. Dario, che ha da poco compiuto 30 anni, ha preferito proseguire in un ambiente in cui si trovava bene piuttosto che cercarsi un altro team nel quale avrebbe giocato di più. E un po’ alla volta si è guadagnato i propri spazi.
«Mi stupì a Nembro quando andammo a battere la Seriana – racconta Cullurà –. Lo schierai titolare perché all’ultimo momento ci erano venuti a mancare due giocatori, lui ricambiò la mia fiducia con 33 minuti di qualità. E allora capii che aveva raggiunto il livello degli altri». Poi, in pieno campionato, il ribaltone. «L’organico ha subìto duri scossoni – prosegue il coach –, ci siamo trovati con vuoti da colmare, ne abbiamo pagato le conseguenze sul campo e dopo 11 sconfitte in 12 gare a Cernusco eravamo spalle al muro. Un altro ko ci avrebbe impedito persino la partecipazione ai play out». Invece, come spesso succede alle squadre di «Cico», nell’emergenza i ragazzi si sono ritrovati, il finale di stagione è stato caratterizzato da tre vittorie di fila con un Minini sempre più inserito nel progetto.

«Si è fatto così voler bene dai compagni – spiega il coach – che ogni suo canestro è accompagnato da boati e applausi dalla panchina». Fino all’apoteosi finale perché Verolanuova non solo si è guadagnata i play out, ma poi li ha pure vinti, con Dario Minini assoluto protagonista. Nella sfida decisiva 13 punti, rimbalzi, stoppate, sfondamenti presi, palle recuperate, e - ciliegina sulla torta - anche una tripla. La scena finale sottolinea l’umiltà e il carattere di Dario. Quando coach e giocatore, al termine della partita, si sono ritrovati al parcheggio, Cullurà ha detto con orgoglio al suo atleta. «Lo hai dimostrato sul parquet, sei un giocatore di C». E l’altro, con squisita ironia, gli ha risposto: «Non so ancora come sia possibile».



