Da Brescia alla Florida: per gli Sbardolini il baseball è sacro

Quando alla vigilia di Pasqua del 2006 Samuele è venuto al mondo, il padre aveva appena finito di giocare con la maglia del Brescia una delle ultime partite di baseball della sua carriera. Su un diamante, tra l’altro, il genitore aveva conosciuto la futura moglie Aymee, originaria di Cuba. «Avevo saputo che un mio connazionale frequentava il campo e sono andata a salutarlo - ricorda lei -. Invece ho trovato Stefano e da allora non ci siamo più persi di vista».

Qualche anno dopo dal Centroamerica l’ha raggiunta il fratello Ernesto, apprezzato tecnico del settore giovanile, e tra i primi allievi ha avuto proprio Samuele, che già a 3 anni si era appassionato a questo sport. E quando, nel 2008, è nata Elèna, anche lei presto è finita in campo e tuttora milita nella squadra cittadina di serie B.
Affare di famiglia

Benvenuti nel mondo della famiglia Sbardolini, che ha fatto del baseball una inestinguibile passione. Papà Stefano, nato nel 1966, da giocatore è diventato dirigente, ora è il vicepresidente del club e da anni è in prima fila perché la città torni ad avere un campo dopo che quello di via Branze è stato destinato dal Cus ad altro uso. «Da cinque anni giochiamo sempre fuori casa - sottolinea - e anche per questo nel 2023 siamo retrocessi in B. I disagi maggiori li soffrono i genitori dei ragazzi più piccoli, costretti a lunghe trasferte nei fine settimana per far giocare i figli nei campionati giovanili».
E così quando si è delineata la prospettiva di risistemare l’impianto di Marcheno, inutilizzato da anni, la famiglia Sbardolini, assieme a quelle degli altri giocatori, si è mobilitata in blocco e in due fine settimana del giugno 2020 il diamante è stato rimesso in vita alla velocità della luce. Lì, almeno, ci sono le misure per far giocare le ragazze. «Ce lo teniamo stretto visti i tempi - sottolinea Elèna - ma per chi abita in città, specie durante la settimana quando ci sono gli allenamenti, i trasferimenti superano l’ora di viaggio».
Scelta estrema ha fatto Samuele, diventato negli anni uno dei giovani più promettenti del baseball italiano, più volte convocato nelle nazionali giovanili. A Brescia non c’è un campo? È andato a cercarselo in Florida, dove oltre a frequentare un istituto ha giocato a baseball nel campionato High School, come consentito dalla legge italiana che dà la possibilità di fare il quarto anno all’estero. «Così ho lasciato il liceo classico Arnaldo per provare questa esperienza che sognavo da piccolo, incoraggiato dagli stessi insegnanti che la consideravano formativa». E Samuele, diplomatosi in un solo anno, si è trovato così bene che resterà anche l’anno prossimo negli Stati Uniti, dove si è meritato una borsa di studio per entrare al Boston Fisher College.
Altro mondo
Ascoltandolo, si capisce perché. «La cultura sportiva degli Stati Uniti non ha eguali. Tutte le scuole, pubbliche o private, hanno a disposizione impianti per ogni tipo di disciplina. Gli insegnanti aiutano al massimo per consentirti di svolgere l’attività agonistica, programmando le interrogazioni a seconda degli impegni di campionato. È tale lo spirito di appartenenza che alla festa per il diploma vengono invitati anche gli ex studenti, che poi diventano i primi patrocinatori dell’istituto. Quando ho finito gli studi c’è stata una grande festa, e sul campo di baseball hanno esposto il mio poster e quello di un altro compagno di squadra che si era diplomato assieme a me».
Sammy - come lo chiamavano negli States - ha arricchito il suo patrimonio di conoscenze e il proprio bagaglio tecnico in un torneo di altissimo livello. Nostalgia dell’Italia? «Con i compagni di scuola dell’Arnaldo sono cresciuto sin da bambino, la loro amicizia non si estinguerà mai». Sospira mamma Aymee: «Infatti con loro si sentiva tutti i giorni, mentre con noi solo una volta alla settimana». E chissà, presto la stessa esperienza all’estero potrebbe toccare a Elèna. Papà Stefano non pone limiti alla passione dei suoi figli, la stessa che coltivava lui da giovane. «Erano altri tempi, però un campo ce l’avevamo, abbiamo cresciuto generazioni di giocatori e creato interesse per questo bellissimo sport. Se non ritroveremo presto una casa, il baseball a Brescia rischia di sparire».
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