Nel frenetico, iper tecnologico e virtuale terzo millennio il titolo di cavaliere mantiene un suo innegabile fascino. Ma chi può definirsi cavaliere? Chi può conferire questa onorificenza? Come stanare i millantatori che vendono cariche a pagamento? Ne parliamo con Arturo Bettoni, cancelliere della Compagnia delle Sante Croci di Brescia.

Recentemente la Segreteria di Stato, attraverso una nota ufficiale firmata dal cardinale Pietro Parolin, ha preso una posizione molto netta sugli ordini cavallereschi. Cosa sta succedendo?
La Santa Sede ha voluto fare un’importante operazione di trasparenza e rigore morale. Con questa nota ufficiale, il cardinale Parolin ha ribadito con estrema fermezza i confini legali e storici degli ordini equestri vaticani. C’è una preoccupante proliferazione di falsi ordini o istituti non riconosciuti che abusano del nome del Vaticano o dei suoi santi protettori. La nota serve proprio a mettere in guardia i fedeli e le istituzioni civili da questi abusi.
Quali sono, quindi, gli ordini che il Vaticano riconosce ufficialmente?
Il documento chiarisce che la Santa Sede riconosce esclusivamente i propri ordini ufficiali. Le uniche eccezioni storiche, tutelate da accordi internazionali, sono l’Ordine Sovrano Militare di Malta e l’Ordine del Santo Sepolcro. Qualsiasi altra associazione o ordine neonato che rilasci diplomi o patenti cavalleresche richiamandosi al Papa è privo di legittimità storica e correttezza legale. L’onore e il merito non passano di moda, ma devono essere associati a reali azioni di bene a favore della società e della Chiesa, non a vanità.

Come funziona l’iter per ottenere legittimamente un’onorificenza vaticana. Un cittadino può candidarsi autonomamente?
Assolutamente no, l’autocandidatura o l’acquisto del titolo sono categoricamente esclusi. Il sistema burocratico e canonico è piramidale e rigido: il conferimento è un atto di grazia e di riconoscimento sovrano. La macchina procedurale non parte dal singolo cittadino o da comitati privati, ma si muove necessariamente dall’interno della struttura ecclesiale.
E qual è il «motore iniziale» di questo percorso?
Il punto di partenza è quasi sempre la comunità locale, nello specifico la figura del parroco. È lui il testimone quotidiano del servizio che il fedele rende alla comunità e della sua generosità nel sostenere le opere parrocchiali. Quando il parroco ritiene che ci siano meriti eccezionali e continuativi, avvia l’istruttoria redigendo una dettagliata relazione biografica e meritoria, allegando il curriculum vitae completo del candidato con dettagli su età, professione e situazione familiare.

Cosa succede una volta che il parroco ha preparato questo dossier?
La pratica passa alla Curia e viene sottoposta al vaglio del Vescovo diocesano. L’Ordinario del luogo deve analizzare non solo i meriti, ma la condotta morale e la reputazione pubblica del candidato, che deve essere specchiata e irreprensibile dal punto di vista civile, sociale e religioso. Inoltre, la Santa Sede applica criteri rigorosi sull’età anagrafica: generalmente la soglia minima è di trentacinque anni per l’accesso ai titoli cavallereschi, proprio per garantire che si premi un impegno maturo e consolidato nel tempo, e non un exploit isolato.
Se il Vescovo esprime parere favorevole, il documento arriva direttamente a Roma?
Non ancora. Prima di giungere in Vaticano, il fascicolo viene inoltrato alla Nunziatura Apostolica, nel nostro caso quella italiana. Al Nunzio, in veste di ambasciatore del Papa, spetta una valutazione di opportunità diplomatica e politica. Deve accertarsi che il titolo non generi tensioni con le autorità civili locali, non violi le leggi dello Stato in materia di ordini cavallereschi esteri e non rechi imbarazzo alle istituzioni della Santa Sede.

Solo a questo punto si arriva alla Segreteria di Stato.
Esatto. Superato questo ulteriore filtro, la domanda giunge sul tavolo della Segreteria di Stato guidata dal cardinale Parolin, l’organo supremo che istruisce l’atto finale per conto del Sommo Pontefice. Compiuto l’esame definitivo con esito positivo, viene disposta la stampa del diploma ufficiale in lingua latina, firmato e munito del sigillo a secco.
Ci sono eccezioni a questo percorso? Ad esempio per i militari?
Sì, per il personale delle Forze Armate o dei corpi di polizia è previsto un percorso speculare nella severità ma differente nei passaggi. In questo caso l’iniziativa parte dal Cappellano Militare addetto al reparto, e la valutazione diocesana viene sostituita dall’Ordinario Militare, ovvero il Vescovo Castrense, prima dell’invio in Segreteria di Stato tramite le normali vie diplomatiche.
Entriamo nel dettaglio dei titoli. Quali sono le principali distinzioni vaticane?
Il sistema si articola in una gerarchia precisa. L’onorificenza più elevata in assoluto è l’Ordine Piano, fondato da Papa Pio IX nel 1847. Oggi la Segreteria di Stato lo riserva quasi esclusivamente a figure di altissimo rilievo diplomatico e politico internazionale, come Capi di Stato, Ministri degli Esteri o Ambasciatori. Per i laici che si distinguono in ambito civile, economico o intellettuale, i canali principali sono l’Ordine di San Gregorio Magno (istituito nel 1831 per premiare la fedeltà e il supporto costante alle opere della Chiesa) e l’Ordine di San Silvestro Papa (che premia l’eccellenza nelle professioni liberali, nelle scienze e nelle arti). Entrambi prevedono la progressione classica da cavaliere o dama fino a cavaliere di gran croce, e grazie alle riforme del secolo scorso possono essere concessi anche a cittadini non cattolici o non cristiani come segno di gratitudine universale.

Esistono anche delle medaglie di benemerenza, corretto?
Certamente. La Santa Sede dispone della Croce Pro Ecclesia et Pontifice, istituita da Leone XIII: è una medaglia d’oro di altissimo significato spirituale per laici e religiosi che hanno dedicato decenni della propria vita al servizio instancabile della Chiesa. Infine, c’è la Croce Pro Benemerenti, in classe unica, molto diffusa anche tra il personale militare e civile per atti di eccezionale dedizione nello svolgimento dei propri doveri.
Quali ordini cavallereschi sono autorizzati in Italia e a quali condizioni si può usare il titolo di cavaliere?
In base alla Legge 3 marzo 1951, n. 178, sul territorio italiano è vietato il conferimento di titoli da parte di privati o enti non riconosciuti, pertanto gli unici ordini nazionali e storici ammessi sono l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, il Sovrano Militare Ordine di Malta, l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e le onorificenze conferite dalla Santa Sede, mentre per tutti gli altri ordini di Stati esteri o non nazionali l’uso del titolo di cavaliere è consentito solo ed esclusivamente dopo aver ottenuto una formale autorizzazione con decreto del Presidente della Repubblica.
Tornando alla nota vaticana, qual è il messaggio forte che emerge da questa rigorosa architettura istituzionale?
Che difendere le onorificenze pontificie significa tutelare la memoria storica di un sistema di merito reale, che premia il sacrificio, la fedeltà e l’impegno civile ed etico. Essere un cavaliere del Papa non è un titolo da sfoggiare con vanità nei salotti, né un bollino acquistabile sul mercato: è una solenne testimonianza pubblica di un servizio concreto prestato alla Chiesa e alla società.

La nota vaticana mette una linea di confine tra gli ordini riconosciuti e quelli che non lo sono.
Esatto, per gli ordini non riconosciuti ufficialmente, siano essi di nuova istituzione o presentati come derivazioni di istituzioni medievali, dichiara di non poter garantire la legittimità storica e giuridica, le finalità e i sistemi organizzativi. Il documento conferma inoltre che considera inappropriato l’uso di chiese e cappelle per le cosiddette «cerimonie d’investitura».
Perché questa scelta?
Il documento dichiara che la Santa Sede non può farsi garante della legittimità storica e giuridica, delle finalità e dei sistemi organizzativi degli ordini che non riconosce, e intende evitare equivoci e abusi dei fedeli più vulnerabili («a danno di molte persone in buona fede»). Per semplificare, direi che in molti casi il tema è il millantato credito, alcune associazioni si rifanno a storie del passato, ma il Vaticano non ne certifica la continuità.
Quello del Vaticano non è però un giudizio negativo a prescindere sugli ordini non riconosciuti. È così?
Su questo non c’è dubbio, non è un giudizio sull’operato di queste associazioni. La nota usa l’espressione «non riconosciuti», non «illegittimi». La formula, già presente nella nota del 9 aprile 1970, è una formula di non garanzia: non esprime un giudizio sui singoli sodalizi. Sono persone che molto spesso fanno del bene, anche in modo significativo; ma questo non basta per definirsi cavalieri. Prendiamo la Compagnia dei custodi delle Sante croci, fino a fine Ottocento chi ne faceva parte era un cavaliere, oggi ci definiamo confratelli. Non essere cavalieri non incide in nessun modo sul nostro operato, sulla nostra serietà e sui nostri principi. È questione di chiarezza e correttezza.




