Da Borno al Vaticano, chi è il cardinale Giovanni Battista Re

Un politico bresciano di lungo corso, commentando le dimissioni di Benedetto XVI, disse che se papa Ratzinger avesse scelto il cardinale Giovanni Battista Re come segretario di Stato non sarebbe mai arrivato a quella dolorosa decisione. Il pensiero di quel saggio democristiano era peraltro perfettamente in linea con quello di Giovanni Paolo II; il papa polacco, affidando al sacerdote camuno un importante incarico di curia gli disse: «Con te Sostituto alla Segreteria di Stato mi sento sicuro».
La stessa riflessione deve averla fatta anche Francesco quando a gennaio, percependo che la sua salute si faceva sempre più precaria, decise di prorogare la nomina (giunta appunto a scadenza) a decano del Collegio cardinalizio del porporato di Borno. Perché se Re, cinque anni fa, con il suo tipico understatement, disse che si trattava di poca cosa, «un titolo solo onorifico», in questi giorni abbiamo visto nel concreto quanto invece si tratti di un ruolo fondamentale.

È lui, tagliato il traguardo dei 91 anni (con la forza di un settantenne e la lucidità di un cinquantenne), che sta guidando le congregazioni dei cardinali in vista del conclave, che peraltro verrà da lui ufficialmente convocato. Congregazioni fondamentali per discutere delle sfide che la Chiesa deve affrontare, ma fondamentali anche ai cardinali per conoscersi. E sarà il cardinale Re a celebrare il funerale di papa Francesco. Tra i due c’è sempre stato un ottimo rapporto di stima e fedeltà; Bergoglio, per Re, è stato «un gigante della fede».
Accanto a Bergoglio
Fu Re, nel conclave del 2013, a chiedere a Bergoglio che nome sceglieva come successore di Pietro. Allora decano era il cardinale Angelo Soldano, che appunto aveva però superato gli ottant’anni e non era quindi entrato nella Cappella Sistina. Così quel prestigioso (e affascinante) ruolo di amministratore del conclave (se così possiamo dire), toccò appunto a Re. Che a sua volta non entrerà nel prossimo conclave e passerà il testimone al cardinale Pietro Parolin.

Il cardinale Re era accanto a papa Bergoglio quando, dalla Loggia delle benedizioni di San Pietro, salutò per la prima volta da pontefice il mondo con quel suo indimenticabile «fratelli e sorelle buonasera»; oggi celebrerà l’addio e lo accompagnerà nel suo ultimo viaggio terreno. Ancora una volta accanto a un papa, il sesto da quanto ha iniziato a lavorare in Vaticano.
Nato in Valcamonica
Una vita in Vaticano con le radici sempre ben salde in Valcamonica. «La vocazione è nata qui, a Borno – raccontò il cardinale Re durante la messa che celebrava i suoi cinquant’anni da sacerdote –, a sei anni, quando mia mamma mi leggeva i “Racconti di Don Bosco che ride”, io già desideravo essere come il curato don Andrea. In quinta elementare lo confessai al parroco che subito mi fece fare gli esami di ammissione in seminario, dove entrai nell’ottobre 1945».
Al termine degli studi, dopo l’ordinazione sacerdotale del 3 marzo 1957 nella chiesa di San Cristo, il vescovo Giacinto Tredici decise di mandarlo a Roma al Pontificio seminario lombardo, dove frequenta la Pontificia Università Gregoriana, laureandosi in diritto canonico nel 1960. Torna quindi a Brescia, in quel periodo sarà insegnante in seminario e curato nella parrocchia di San Benedetto a Brescia.
È questo il ruolo nel quale si sente a più a suo agio, «il mio sogno – ha sempre sottolineato Re – era diventare parroco». Sogno irrealizzabile, perché la vivacità intellettuale di quel giovane sacerdote, unita al dinamismo organizzativo, lo fece tornare in Vaticano: dal 1963 è studente alla Pontificia accademia ecclesiastica, poi comincia un percorso diplomatico internazionale, andando a Panama e successivamente in Iran.
«La mia classe di seminario è stata una delle più numerose, eravamo in 36, per questo fui mandato a Roma, c’era abbondanza di preti» taglia corto lui con chi tenta di lusingarlo con qualche complimento eccessivo.
Con Paolo VI
Fatto sta che dal Vaticano non se ne andrà più. Il più curiale di tutti e allo stesso tempo il meno curiale, per usare la definizione di uno storico che lo conosce molto bene, è abilissimo nel tessere relazioni. Pochi mesi dopo l’elezione, Giovanni XXIII ricevette in udienza il Seminario lombardo, dove, appunto, Re risiedeva. Quando toccò il suo turno di salutare il pontefice, dopo aver scoperto la sua origine camuna, papa Roncalli gli disse: «La Valcamonica è terra di fede come quella bergamasca». Poi arriva Giovanni Battista Montini.
«Con Paolo VI, il mio compito era quello di segretario personale di mons. Giovanni Benelli, Sostituto alla Segreteria di Stato – ha raccontato il cardinale Re –, lavorai con lui fin quando nel 1977 fu nominato arcivescovo di Firenze. Il cardinale Benelli mi raccontò che, quando pensò di chiamarmi dalla Nunziatura a Teheran, disse a Paolo VI: oltre ai due segretari che già ho necessito di un terzo, avrei pensato a un bresciano». Montini ancora non lo conosceva, ma poi «mi ha voluto bene».
Con Giovanni Paolo II

Ma è con Giovanni Paolo II che ricopre gli incarichi più prestigiosi. Memorabile il loro primo incontro: «Il giorno dopo la sua elezione stavo andando in Segreteria di Stato, erano le 17 e, nell’uscire dall’ascensore sulla Terza Loggia, mi trovai di fronte al nuovo papa, che stava per andare a far visita a mons. Andrea Deskur, ricoverato al Gemelli. Spiegai al papa che nel suo appartamento aveva l’ascensore per scendere al Cortile San Damaso, mentre quello che stava per prendere andava pure bene, ma era ben più lontano dalla sua abitazione».
Stakanovista e preciso
In questo racconto c’è tutto il cardinale Re: alle 17 era ancora ampiamente al lavoro (lo chiamavano il «monsignore stakanovista»); anche a distanza di anni ricorda nomi e dettagli con una precisione impressionante; conosce la curia vaticana in ogni angolo. Ma ovviamente non solo dal punto di vista strutturale, tra le sue mani sono passati tutti i principali dossier degli ultimi decenni.
Scrupoloso in modo maniacale, eccone un esempio: «Quattro giorni dopo l’elezione di papa Wojtyla, mons. Jòsef Kowalczyk, sacerdote polacco che lavorava in Segreteria di Stato, mi portò la traduzione in italiano, fatta da polacchi, dell’omelia scritta dal Papa nella sua lingua madre, quello straordinario discorso di inizio pontificato che diceva: “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”. Mi fu chiesto di rivedere il testo dal punto di vista della correttezza della lingua italiana. Lessi e rilessi quelle pagine, timoroso di tradire il pensiero del Papa, apportando solo lievi ritocchi lessicali».
L’ironia
Poi c’è quella sua capacità di minimizzare ciò che lo riguarda per non apparire vanaglorioso. Minimizzare è oggettivamente questione complessa, Benedetto XVI, in un messaggio augurale lo definì, come Wojtyla, «uno dei suoi più stretti collaboratori», aggiungendo «che sa esercitare con diligenza e zelo il proprio ministero sacerdotale ed episcopale». Non va dimenticata altra caratteristica fondamentale: l’ironia.
All’incauto cronista che gli chiese come si chiamasse quel gatto accovacciato su una poltrona con vista cupola di San Pietro, rispose: «Non ha un nome perché non è battezzato». Su quel piccolo ascensore con le porte in legno, che accompagna direttamente al suo appartamento nella Palazzina dell’arciprete in Vaticano sono salite non solo personalità illustri (è stato amico di Giulio Andreotti, giusto per fare un nome). Leggendaria l’accogliente disponibilità del porporato.
Se si andava a pranzo a Casa Santa Marta, ecco la raccomandazione: «Se c’è il papa noi non lo disturbiamo, eventualmente verrà lui da noi». Ma del resto papa Bergoglio, vedendolo, non mancava mai di avvicinarsi per un saluto. Negli anni il cardinale non si è mai risparmiato ad accompagnare gli ospiti alla scoperta del piccolo stato più affascinante del mondo. In viaggio sulla sua auto, con lui alla guida.
L’insegnamento di Borno
Del resto, suo padre a cento anni ogni giorno scendeva a lavorare in falegnameria. E si torna alle radici, non solo familiari. «Ringrazio Borno dove ho respirato un clima di vera fede. Dai bornesi ho imparato il modo di vivere in questo mondo, affrontando la vita con serietà». Quel Borno (meno di 3mila abitanti) che ospitò Giovanni Paolo II.
Il cardinale Re resta per molti aspetti imperscrutabile, da vero diplomatico qual è. A 91 anni accompagna il percorso che porterà al nuovo papa. Senza tentennamenti, lui conosce bene il passo lento e costante di chi cammina in montagna. «Quando andavo a prendere il treno per tornare in seminario, partivo due ore prima, non c’erano le strade di oggi. Percorrevo un sentiero che scavallava la montagna, e a quel tempo nevicava moltissimo». Ma figuriamoci se la neve poteva fermarlo.
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