Calci e inclusione: il taekwondo a Nave è per tutti e fa scuola in Italia

I bambini entrano in palestra, salgono sul tatami e iniziano a giocare tra loro. Hanno l’argento vivo addosso, d’altra parte a 4-6 anni sarebbe strano il contrario. Poi quando i tre giovani istruttori li richiamano si mettono in fila sulla striscia blu e salutano. Solo allora comincia l’allenamento: si corre tra i cerchi, si salta come le rane, si calcia. È un divertimento che li prepara alla pratica del taekwondo, l’arte marziale coreana basata sui calci.
Inclusione
I bimbi che si allenano tra le mura della palestra di via San Costanzo, a Nave, sembrano tutti uguali: scherzano, ridono, giocano, si distraggono e ritornano a posto se richiamati – e si distraggono ancora –, ma uno di loro, inconsapevolmente, sta cambiando l’approccio dello sport al mondo della disabilità. Tutto è partito da Marco Esposito, istruttore, direttore tecnico dell’Asd Deva Taekwondo e insegnante di sostegno alla scuola dell’Infanzia, che ha avuto l’idea di far partecipare alle lezioni, bambini con disabilità e senza. Insieme. Per farlo ha chiesto una consulenza all’Università di Brescia e così Andrea Tosi, docente che si occupa di metodi e didattiche delle attività sportive ha fatto incontrare Esposito con Giulia Metelli che frequenta il corso di laurea in Educazione professionale.

«Quando ho saputo di questo progetto mi sono proposta di partecipare e a settembre ho cominciato la pratica sul campo: il mio lavoro è occuparmi dei bambini, in particolare della gestione relazionale ed educativa di uno di loro».
Figura nuova
Questa figura è talmente nuova (pare sia la prima esperienza di questo tipo in Italia ) che non ha nemmeno un nome: «Abbiamo pensato di chiamare questa nuova pratica "Sostegno sportivo" – spiega Giulia –, l’educatore è un intermediario tra ciò che riguarda lo sport e la gestione relazionale ed educativa».
Sul tatami sembra tutto scorrere in maniera fluida, certo, i bambini sono impegnativi, ma è così un po’ dappertutto: «Stiamo utilizzando metodologie sperimentali – spiega Giulia Metelli – basata sull’analisi di spazi, tempi e corpi in relazione al contesto educativo». Un’esperienza che finirà nella tesi di laurea della giovane educatrice: «Come la figura dell’educatore professionale possa adattare in un contesto diverso come in un’asd».

«Il progetto è partito un anno fa e da settembre è attivo – dice Esposito – attraverso la presenza di un’educatrice che ha competenze sportive e pedagogiche per inserire bambini con disabilità sia fisiche che intellettivo-relazionali per praticare l’attività sportiva come a scuola». Il compito è arricchirsi: «Il nostro è uno sport paralimpico e abbiamo un circuito di gara, dal regionale al mondiale, di esecuzioni tecniche legati alle varie classi di disabilità intellettivo-relazionali».
Per portare avanti questo progetto, però, servono fondi, quindi da una parte l’asd si apre al territorio e a chiunque voglia sostenerli (c’è la possibilità di poter dichiarare la donazione in fase di dichiarazione dei redditi), dall’altro due studentesse dell’International school, Mia Pecorelli e Daphne Magalini, hanno creato un doposcuola all’interno della loro scuola il cui ricavato finanzierà proprio il progetto dell’asd di Nave.
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