Storie

Quei 33 bresciani morti in Etiopia e l’illusione coloniale italiana

Tanti i militari della nostra terra che 90 anni fa persero la vita nella guerra d’invasione
Elena Pala
Brescia saluta i volontari in partenza per l'Etiopia - Foto archivio Centro studi Rsi Salò, Fondo Bc
Brescia saluta i volontari in partenza per l'Etiopia - Foto archivio Centro studi Rsi Salò, Fondo Bc

Novant’anni fa, anche i bresciani erano lì. Lì, tra le strade polverose e le alture di Addis Abeba, mentre a Roma si consumava l’ultimo atto formale del trionfo coloniale. Il 24 luglio 1936, infatti, con un solenne Regio Decreto, Vittorio Emanuele III conferiva a Pietro Badoglio il pomposo titolo di Duca di Addis Abeba. Era il suggello ufficiale alla conquista della capitale etiope, completata il precedente 5 maggio. Un’onorificenza quasi tardiva: il generale aveva già abbandonato il Corno d’Africa a fine maggio per godersi gli onori in patria.

Ma dietro le quinte dorate della retorica imperiale e i titoli altisonanti sbandierati dal regime fascista, la realtà della guerra d’Etiopia – iniziata il 3 ottobre 1935 – era drammaticamente diversa. Lungi dall’essere un’opera di civilizzazione, il conflitto si caratterizzava per una brutale asimmetria tecnologica e morale: l’uso massiccio e sistematico di gas asfissianti come l’iprite, le violenze sommarie contro i civili e la piaga del «madamato» (così era chiamato il concubinato) che degenerava spesso in abusi e sfruttamento delle donne locali.

Il tributo bresciano

Mentre in Italia si celebrava la nascita dell’impero sui «colli fatali di Roma», la provincia di Brescia pagava il suo silenzioso e pesantissimo tributo di sangue. A ricostruire il reale impatto umano di quella spedizione africana sono i ruoli matricolari del periodo, condensati nelle pagine dell’Albo d’Oro dei caduti per la fondazione dell’Impero. Tra le pieghe di questa memoria cartacea emerge un mosaico di 33 vite spezzate: giovani bresciani travolti da un ingranaggio geopolitico spietato, le cui storie oscillano tra l’inferno di pietra delle alture desolate e le corsie infette degli ospedali da campo.

Balilla sui binari davanti al convoglio delle truppe - Foto archivio Centro studi Rsi Salò, Fondo Bc
Balilla sui binari davanti al convoglio delle truppe - Foto archivio Centro studi Rsi Salò, Fondo Bc

Senza ritorno

L’altopiano etiopico divenne teatro di scontri accaniti dove l’ardimento individuale si scontrò con la ferocia della guerriglia. Il valore di alcuni soldati bresciani venne suggellato da massime ricompense al valore. Il sottotenente di fanteria Mario Bellini, classe 1911, perse la vita a Conca di Selaclacà il 3 marzo 1936, falciato mentre guidava una pattuglia per stanare dei cecchini. Pochi giorni prima, il 27 febbraio sull’Uork Amba, la camicia nera Ferdinando Bugatti di Sarezzo nel compiere il compito affidatogli di trasmettere gli ordini del battaglione cadde dopo dieci ore di combattimento sotto una tempesta di proiettili.

La guerra infuriò anche nei cieli: il pilota Albino Faustinelli di Bovegno trovò l’estremo sacrificio l’11 marzo 1937 a Uora Combi, mentre mitragliava a bassissima quota in condizioni proibitive. E ancora, il tenente Mario Ferrari cadde a Selaclacà alla testa dei suoi mitraglieri. Il maresciallo Clemente Forcella di Capriolo perse invece la vita a Mai Ceu in un cruento scontro corpo a corpo dopo aver assunto il comando del reparto.

Truppe in partenza e folla in una piazza della Vittoria gremita - Foto archivio Centro studi Rsi Salò, Fondo Bc
Truppe in partenza e folla in una piazza della Vittoria gremita - Foto archivio Centro studi Rsi Salò, Fondo Bc

Al Uork Amba

La battaglia del 27 febbraio 1936 sul Uork Amba (Monte d’Oro in amarico) fu una vera e propria trappola mortale per altri nostri concittadini. Lì, meritando la medaglia di bronzo, caddero le camicie nere Domenico Bardella di Pisogne e Federico Caccagni di Agnosine. Nello stesso scontro persero la vita Angelo Capra di Rezzato, Vittorio Fedriga e Romolo Fiora di Borno, impegnati fino all’ultimo respiro nel tentativo di arginare i contrattacchi all’arma bianca. A questi si aggiunse il quotidiano bollettino della prima linea, che a fine febbraio stroncò i fanti Angelo Carlo Baldassari, Antonio Banalotti, Francesco Brunelli, seguiti a marzo da Domenico Benini, mentre Primo Capra e Mario Zola erano già caduti tra le ambe e i passi infuocati.

Le malattie

Tuttavia, il nemico più insidioso in Africa Orientale non parlava la lingua delle armi. Più della metà dei caduti bresciani fu vittima della minaccia invisibile delle infezioni, delle febbri tropicali e degli incidenti logistici nelle retrovie. La malaria e la dissenteria non fecero distinzioni: stroncarono gli artiglieri Fausto Ardesi e Guido Vezzoli nel profondo entroterra, Faustino Baroni e Roberto Arturi nell’ospedale di Gaggiret, e il geniere Antonio Bassi a Porto Barba. I corpi di Mario Bosetti e Giuseppe Caldera cedettero ad Asmara e Adi Abuna. La rotta della disperazione toccò le navi ospedale e gli avamposti di Decamerè. Si spensero così Antonio Bulgari, Giuseppe Cattina, Vincenzo Facchetti, Isaia Ferrari, Giuseppe Zani e Giacomo Zanardini. Per altri, come Bernardo Bertella e Francesco Castellini, il destino si compì addirittura mesi dopo il rientro in patria, consumati da mali incurabili contratti in Africa. Infine, le «morti bianche» di Giulio Baldo e Giovanni Battista Zappa ricordano che la vita si perdeva anche per tragici incidenti di servizio.

A novant’anni da quel titolo ducale conferito a Badoglio, la retorica dell’impero si è dissolta. Resta l’asciutta e drammatica verità dei registri militari: la storia di trentatré bresciani che, lontani dalle valli natie, pagarono con la vita il prezzo umano dell’illusione coloniale italiana.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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