La vita sui camion del 90enne Brognoli: «I primi trasporti? Con 4 cavalli»

Ha percorso l’Italia in lungo e in largo, quando non c’era nemmeno l’Autostrada del Sole, trasportando binari dei treni, casse di bottiglie di birra Wührer e schegge delle bombe alleate che poi venivano trattate nelle fonderie bresciane. Giuseppe Brognoli, classe 1934, ha seguito le orme del padre Tano, da qui il soprannome «Tanino», e ha iniziato il mestiere di autotrasportatore quando ancora si faceva «con quattro cavalli».
Bresciano di Bottonaga, di via Corsica dove ancora abita, per 40 anni ha trasportato merce per conto terzi. Facendo un rapido calcolo in difetto, dato che un tempo non c’erano sabati o domeniche di riposo, in 40 anni ha percorso più di 4,5 milioni di chilometri.
I primi anni
Carattere deciso e fumantino, ancora oggi Brognoli ha la risposta pronta. Se gli si chiede quando ha iniziato a fare questo lavoro, risponde che lo fa «da sempre». E attacca a raccontare come arrivare a Milano non fosse una passeggiata di poco più di un’ora come oggi: «Si partiva coi cavalli il venerdì a mezzogiorno, si arrivava la sera a Caravaggio dove c’era lo stallaggio fino a mezzanotte e poi si ripartiva per arrivare la mattina».

A 18 anni, nel 1953, ha cominciato a guidare i camion americani («erano schifosi, non partivano mai e bisognava scaldarli la mattina, ma si andava»). E ancora: «Per fare le Coste di Sant’Eusebio io stavo in piedi sulla cabina con "la ucia", una stanga di ferro per muovere il combustibile nel gasogeno, per dare "gas". Poi è arrivato il 3Ro della Lancia, per farlo partire avevamo un cavallo "ammaestrato" che lo trainava finché non lo sentiva mettersi in moto. E solo allora si fermava». A 22 anni parte per il servizio di leva, e con il suo carattere irruento, si guadagna diversi richiami, ma la sua abilità di meccanico («sono riuscito a far partire un carroarmato M4 Sherman») lo salva sempre.
Alla Piccola
Tornato, mette su famiglia e la sua base lavorativa diventa la «Piccola» di via Dalmazia: «Nel 1964 ho guidato per la prima volta un camion con il servosterzo: un amico mi chiese di spostare il suo mezzo senza dirmi della novità, mi sono spaventato», racconta ridendo.
La sua memoria è chiara e vivida: ricorda i ciclisti della Bassa che si attaccavano ai camion per far meno fatica, della concorrenza spietata, del suo camion rosso «perché gli altri nel vederlo dovevano fermarsi». E poi: andare a Ventimiglia «era un’impresa quando non c’era ancora l’autostrada, e per raggiungere Napoli bisognava mettere in conto di stare fuori casa una settimana». E aggiunge: «Il lavoro era bestiale, si trasportavano binari lunghi anche 12 metri, del peso di 43 kg al metro; ci volevano otto persone per sollevarne uno».

La passione
Il 90enne, che è andato in pensione nel 1994, ha conosciuto tanti imprenditori che hanno fatto la storia bresciana: «I più grandi per me restano De Miranda e Pietra, quest’ultimo era di una bontà indimenticabile».
Quando gli si chiede cosa pensa quando vede i camion moderni, risponde: «Mi viene la nostalgia, vedo comodità che noi non avevamo e vorrei esserci io. A volte mi metto sul ponte dell’autostrada per ammirarli». Un amore vero il suo per i viaggi, il trasporto e i bisonti della strada: «Ho sempre avuto la passione, se no non avrei potuto fare quella vita, sarebbe stata troppo dura».
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