Braccio di ferro, El Chapo ha i muscoli come il marmo e il cuore di panna

I soli combattimenti di braccio di ferro persi da Cristian Romeo, 42 anni, sono quelli contro i bambini che va a trovare negli ospedali pediatrici. Lì i suoi muscoli di ferro si ammorbidiscono come piume e il suo volto da gigante buono si illumina in un sorriso. Alla forza fisica espressa nello sport il campione di Offlaga, da sempre, ha imparato ad abbinare quella della moderazione, per quanto possa apparire un paradosso.
«In gara non c’è modo di mediare, non c’è alcun tempo morto, perché in un secondo devi esprimere la massima esplosività», racconta. Le regole della vita, invece, funzionano diversamente, e prima come agente di polizia penitenziaria e ora come responsabile della sicurezza di un centro commerciale, Cristian ha capito che la violenza è l’ultima arma cui bisogna ricorrere.
«I pericoli vanno prevenuti, ci sono mille strade per comporre un conflitto – assicura –. Il miglior tutore dell’ordine è chi fa in modo che non si arrivi mai a una situazione di disordine». Proprio perché conosce il peso della sua forza, Cristian sa notare in un attimo se quella del suo interlocutore è indirizzata nel modo giusto. «Non mi piacciono i gradassi – racconta –, li ho sempre evitati. Quando un ragazzo viene nella mia palestra animato da spirito bellicoso, gli indico la porta». Originario della Sicilia, nel team che ha creato ha portato la passione e il calore della sua terra, cementando un forte spirito di gruppo in una disciplina che pure è individuale.
E l’animale, il pitbull, che dà il nome al club non è certo segno di aggressività. Semmai un autoironico modo di automotivarsi. «Siamo nati in una cantina di Offlaga nel novembre 2020 in piena era Covid – ricorda –. E quelle ore assieme, vissute in condizione estreme, ci hanno forgiato. In attesa delle gare, combattevamo fra noi con le mascherine, aspettando tempi migliori». Negli anni il gruppo si è arricchito di altri praticanti e sotto la guida di Romeo c’è chi ha colto importanti risultati a livello nazionale.
Lo stesso Cristian, più volte campione italiano, si è ripetuto di recente con il tricolore nei Master. Più noto come El Chapo, è diventato un personaggio anche sul web e i suoi video che abbinano fasi di allenamento a gare, test aperti a tutti e serate conviviali sono ormai virali. E non mancano sequenze che strappano un sorriso, come quella di un bambino la cui mano, accompagnata da quella di Cristian, abbatte quella di un adulto durante una sfida di braccio di ferro fra gli applausi del pubblico durante un’esibizione.
Tecnica
L’immagine di questa pratica come pura espressione di forza è da tempo superata. Il braccio di ferro è un vero e proprio sport che richiede allenamenti non finalizzati solo all’aumento della potenza muscolare, ma ad affinare la tecnica. «Ognuno ha la propria – sottolinea Romeo –, ed è innata come la stretta di mano che ci si scambia in segno di saluto. Si può modificare o migliorare in base alle proprie caratteristiche o a quelle dell’avversario. Più che la forza può la manualità, non a caso chi nella vita fa l’idraulico ha una particolare propensione per questo sport, perché è abituato a usare le dita nel lavoro».

La palestra di Cristian è un vero e proprio centro di addestramento. Più che sollevare pesi si utilizzano macchine che allenano distretti muscolari diversi. «Specie ora che si gareggia in piedi il movimento è molto più ampio. Oltre al braccio lavora la spalla, lo sforzo è molto intenso e se non si è preparati nel modo giusto si rischiano seri infortuni». Il gruppo comprende anche la diciannovenne Sofia Oneda, 19 anni, originaria di Bagnolo Mella, che dietro il sorriso nasconde una spiccata determinazione e si è già aggiudicata vari titoli esordienti. «Ho scoperto questo sport grazie a un conoscente – spiega –. Mi sono subito appassionata, e da allora non ho smesso più». Finora non ha saltato un allenamento e in palestra non trova alcun problema a essere la sola donna fra tanti uomini. «L’unico imbarazzo - spiega - è quando nel gruppo Whatsapp del team i ragazzi, dimenticandosi che ci sono anche io, usano a volte termini non proprio oxfordiani. Ma ormai mi sono abituata...».
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