Basket, occhio ai due «stranieri» di Icaro: così diversi e così decisivi

Anche Icaro ha i suoi stranieri, ma solo per modo di dire. Sono nati all’estero, però sono venuti a vivere a Brescia da ragazzi e a parte brevissime parentesi hanno sempre giocato nella squadra della nostra città, che milita nella serie B del basket in carrozzina. Non sono i big celebrati del campionato maggiore – tutti professionisti –, ma nemmeno comparse. E se i tre riconosciuti tenori della squadra sono Francesco Cancelli, Riccardo Belloli e Gianpietro Bombardieri – quelli che segnano di più – certe partite quest’anno sono state decise proprio da loro due.
Jacer Faifer
Quando entra in campo Jacek Faifer, 38 anni, per esempio, succede sempre qualcosa. Fantasioso e imprevedibile, è capace di ribaltare un match, come successo nel penultimo quarto della partita contro Livorno, poi vinta 57-48, quando ha infilato tre canestri di fila che hanno piegato la resistenza degli avversari. Mette il medesimo estro nei quadri che dipinge, nei quali esprime la vivacità di spirito che gli ha consentito di superare le tante burrasche della vita.

«Sono nato in Polonia – racconta – e poi sono stato adottato da una famiglia italiana. Da piccolo mio fratello, inavvertitamente, mi rovesciò addosso una pentola d’acqua bollente e ho perso l’uso della gamba destra. Nel 2011 ho dovuto amputarla del tutto a causa di un incidente stradale». Disgrazie che non lo hanno travolto. «Chiudersi in casa o piangersi addosso peggiora le cose, grazie allo sport ho trovato nuovi stimoli. Ho cominciato col nuoto e ho vinto qualche medaglia a livello nazionale. Ho provato anche la vela mentre con lo sci ho lasciato perdere subito. Troppo pericoloso – sorride –, e rischiavo di perdere anche l’altra gamba». Quando ha scoperto il basket non lo ha mollato più ed è subito diventato uno dei punti di forza di Icaro.
Presto è finito nei radar dei selezionatori azzurri e ha giocato nella Nazionale Under 21. Un anno è pure andato a Reggio Calabria. «Ambiente cordiale, bella squadra, eppure ci sono rimasto poco – spiega –. Mi mancavano gli amici lasciati a Brescia e sono tornato». E da Icaro non è più andato via. Quando c’è bisogno di trovare nuove soluzioni d’attacco c’è Jacek, guidato dall’istinto che lo porta a trovare il canestro anche da posizioni impossibili: «Sono fatto così, sul campo e fuori. La banalità non fa per me, la vita voglio giocarmela ogni giorno».
Maxim Caraghioz

Se poi le partite diventano vere e proprie battaglie, allora c’è Maxim Caraghioz, 36 anni, l’uomo che risolve i problemi, spesso il solo in campo che riesce a conservare la lucidità quando tutti l’hanno perduta. È successo nella partita contro Pistoia quando, nel serrato finale, la tensione era tale che nessuna delle due squadre riusciva ad andare a canestro. Allora, sul 43-43, ci ha pensato lui, a un minuto e dieci secondi dalla fine, con un tiro da due andato a bersaglio. Poi si è procurato anche tre tiri liberi.
Dove c’è confusione, Maxim porta pace, mai visto litigare con gli arbitri, semmai li aiuta. «La capacità di mediare – racconta – penso mi venga dall’attività che svolgo in uno studio notarile dove lavoro nell’ambito immobiliare. Mi occupo di fallimenti e spesso devo gestire situazioni molto delicate anche sul piano umano». Non cammina dalla nascita a causa della distrofia midollare, è originario della Moldavia ed è in Italia dal 2001.
Ha scoperto il basket grazie a Matteo Cavagnini, pluri-scudettato campione bresciano e mito di questo sport, che incontrò un giorno, a una dimostrazione scolastica. «Quando vide che ero interessato mi portò in palestra e mi fece palleggiare ininterrottamente contro un muro». Presto Caraghioz ha cominciato a farlo in campo con la maglia di Icaro, diventandone il leader silenzioso, quello che si nota meno e che alla fine dà di più. Si è concesso una breve parentesi a Genova, nel 2014. Più lunga quella che lo ha portato lontano da Brescia negli ultimi cinque anni. «Sono andato ai Delfini di Montecchio Maggiore (Vicenza, ndr) perché l’esperienza prevedeva anche un progetto a carattere sociale. Sul piano tecnico cambiare mi ha aiutato a crescere, perché da difensore puro mi sono trasformato in regista, il che ha migliorato la mia visione del gioco». Ora è tornato, per metterla al servizio di Icaro. «Ognuno ha un suo ruolo - conclude -, tutti sono fondamentali, nessuno è indispensabile. Si vince solo così e un gruppo solido può arrivare molto lontano».
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