Una feroce malattia si è portata via il grande capo indiano Appio Placido. Claudio Appiani aveva 69 anni ed era stato il primo della grande tribù degli Appiani a vestire la maglia della Nazionale di rugby. Dopo di lui sono approdati in azzurro anche il fratello Sergio, sei anni più giovane, e il nipote Massimo Ravazzolo, classe 1972, figlio di una sorella.
La carriera
Claudio aveva debuttato con l’Italia a diciannove anni, contro la Spagna, a novembre del 1976. Mezzi fisici eccezionali per l’epoca, 1.89 per 90 chili, nell’estate del 1975, dal Calvisano, dove aveva mosso i primi passi da giocatore, era approdato al Brescia che si fregiava in quella stagione del titolo di campione d’Italia.
Carattere schivo, solo in apparenza burbero, non amava le apparenze. Spirito anticonformista, come tanti giovani di quei tempi, era di poche parole, mai banali. Sul campo era un trascinatore: cinque le sue presenze in Nazionale, fra il 1976 e il 1978, poi il servizio militare a Napoli, nel battaglione atleti e il ritorno nel 1982 a Calvisano che, in concomitanza con la retrocessione del Brescia in serie B, era salito in A.
Dopo il ritiro
In giallonero, per più partite, la terza linea fu tutta Appiani: Giovanni, il più vecchio, Sergio e Claudio. La fine dalla carriera, nel 1985, a soli 28 anni, dopo un grave incidente contro il Noceto, la rottura dei legamenti del ginocchio, con l’interessamento del nervo sciatico e un recupero che non è mai più stato completo.
Dopo alcune brevi parentesi da allenatore, nel 2000 divenne manager delle Nazionali giovanili, ruolo che ha ricoperto per una ventina d’anni tenendo a battesimo i vari Ghiraldini, Zanni, Castrogiovanni e tanti altri ancora. Da studente delle magistrali, in città al Gambara, aveva avuto il permesso di disputare il campionato studentesco con la squadra dell’Arnaldo, cosa su cui aveva sempre ironicamente scherzato: «Sono stato anch’io al liceo classico».



