Monsignor Paganini: «La cultura sportiva al centro del dialogo»

Intervista al padre spirituale dell’Union Brescia e dell’A2A Leonessa Basket, che da qualche giorno porta avanti per la diocesi bresciana un nuovo e intrigante incarico
Gianluca Magro

Gianluca Magro

Caposervizio

Monsignor Claudio Paganini alla premiazione delle Stelle dello sport bresciano - Foto Newreporter Papetti © www.giornaledibrescia.it
Monsignor Claudio Paganini alla premiazione delle Stelle dello sport bresciano - Foto Newreporter Papetti © www.giornaledibrescia.it

Unire sport e cultura con un filo ben visibile, «come quello che tiene insieme le pezze dei vecchi palloni da calcio». Un’impresa? No, un impegno che la Diocesi di Brescia con il vescovo Tremolada si è presa dando un nuovo incarico a monsignor Claudio Paganini, da oltre 25 anni collante tra le tantissime realtà sportive bresciane e la fede cattolica. È lui stesso a spiegare di cosa si tratta, tracciando anche un bilancio della sua esperienza tra calci di rigore, canestri, schiacciate.

Monsignor Paganini, come nasce il suo nuovo incarico?

«La battuta potrebbe essere: se guardo al calcio e al basket lo sport a Brescia è di serie C, ma per me “C” significa anche cultura. Il tutto nasce dall’incontro del vescovo Tremolada a Roma con il Cardinal Ravasi, responsabile dell’Ufficio della Cultura. Tornato in città mi ha contattato colpito da quell’incontro e dal fatto che sport e cultura potessero andare a braccetto. “Dobbiamo fare qualcosa”, mi da detto. Poi a febbraio scorso, in occasione delle Olimpiadi di Milano-Cortina, Papa Leone ha chiesto ad ogni diocesi di avere un ufficio relativo alla cultura dello sport».

Da qui il via a questo nuovo progetto.

«Una volta ricevuta l’investitura ho pensato che debbano essere coinvolte le famiglie, le catechesi, gli oratori per diventare un progetto trasversale che tocchi tutti quanti gli ambiti della vita, magari percorrendo filoni ad oggi poco battuti».

Ovvero?

«Ad esempio, la pedagogia dello sport è un filone, la psicologia dello sport un altro, la filosofia un altro ancora. E poi ci sono i temi dell’inclusione, dell’accoglienza. In tutto ciò c’è uno spazio che nessuno ha ancora percorso. Ok organizzare tornei per raccogliere fondi, ma non ci si può fermare a quelli. Il nostro compito sarà quello di mettere la persona sempre al centro ogni qualvolta ci sia un’attività sportiva».

L'abbraccio tra monsignor Paganini ed Antonio Filippini all'inaugurazione del campo intitolato a Evaristo Beccalossi - Foto Newreporter Perteghella © www.giornaledibrescia.it
L'abbraccio tra monsignor Paganini ed Antonio Filippini all'inaugurazione del campo intitolato a Evaristo Beccalossi - Foto Newreporter Perteghella © www.giornaledibrescia.it

Un ufficio che faccia da collante tra lo sport e tutto ciò che può essere cultura.

«Esattamente così ed una sfida nuova, bella, intrigante. L’immagine della Chiesa deve essere quella del filo che tiene insieme le toppe del pallone. E ogni toppa può essere un ambito: la filosofia, la psicologia, l’economia, gli investimenti, il mercato, la pubblicità, la partita».

Il vescovo ha pensato subito a lei?

«Veniamo da un percorso di due anni, ma mi ha sempre chiesto di conoscere le varie realtà sportive. Ha incontrato diverse società, ha toccato con mano realtà come il Panathlon, non si aspettava un mondo così ricco di esperienze. La chiesa fin dalla nascita del Csi ha voluto lo sport all’interno degli oratori, perché è sempre stato sinonimo di aggregazione e amicizia. Quanti sportivi che ho incontrato mi hanno raccontato di aver mosso lì i primi passi… E proprio l’oratorio è un elemento da recuperare per far divertire, tenere insieme, promuovere lo sport sano, attività collaterali. Abbiamo fatto un’indagine 5 anni fa all’Università Cattolica di Milano in cui si evince che dove c’è più attività sportiva in oratorio è maggiore la frequenza a messa e a catechismo. Quindi le discipline diventato un volano incredibile. Molti oratori hanno appaltato all’esterno il campetto, dicendo che non è attività pastorale, non è catechesi: invece è una grossa ricchezza da ritrovare».

Monsignor Paganini con Giovanni Trapattoni e Gianni De Biasi -  Foto Newreporter © www.giornaledibrescia.it
Monsignor Paganini con Giovanni Trapattoni e Gianni De Biasi - Foto Newreporter © www.giornaledibrescia.it

Veniamo a lei: quando si è avvicinato al mondo dello sport?

«A fine 1998 Gino Corioni mi invitò a un pellegrinaggio in Terra Santa con un gruppo di industriali e conoscendomi mi disse “ho bisogno di uno come te al Brescia”. Dal ’99 sono padre spirituale del Brescia Calcio oggi Union Brescia e adesso anche della A2A Leonessa Basket. Ma sono vicino a tante realtà bresciane. Come dico agli sportivi io sto in mezzo a loro e li accompagno, un compito bellissimo».

Lei era appassionato di sport anche da ragazzo?

«Giocavo a basket, anzi ero un panchinaro e mi fecero capire che era meglio smettessi… Però poi in serie A ci sono arrivato lo stesso a Brescia grazie al calcio e alla pallacanestro».

Monsignor Paganini durante una Messa dello Sportivo: era un appuntamento fisso nelle feste natalizie - Foto Newreporter © www.giornaledibrescia.it
Monsignor Paganini durante una Messa dello Sportivo: era un appuntamento fisso nelle feste natalizie - Foto Newreporter © www.giornaledibrescia.it

Che rapporto ha con i vari sportivi?

«Bellissimo. Quando vado allo stadio guardo più alle persone che al risultato. Ci sono inevitabilmente alcuni con cui il rapporto è più stretto, più spirituale e soffro se sbagliano qualcosa o hanno un brutto voto: nessuno è una macchina perfetta».

Le chiedo una fotografia dei presidenti del Brescia partendo da Gino Corioni.

«Un padre per come sentiva vicina la sua creatura. Un creativo che voleva attorno a sé gente come lui».

Monsignor Paganini e Gino Corioni prima della partenza della squadra per un ritiro estivo - Foto Newreporter © www.giornaledibrescia.it
Monsignor Paganini e Gino Corioni prima della partenza della squadra per un ritiro estivo - Foto Newreporter © www.giornaledibrescia.it

Massimo Cellino.

«Ci sono parecchi punti irrisolti. Non basta una cappella in un luogo sportivo (quella all’interno del centro sportivo di Torbole, ndr) per dire di promulgare i valori sportivi e di fede. Per cui il percorso con lui sarebbe da continuare accompagnandolo. Lo vedo come un peccatore ancora in cammino».

Come conviveva lei, uomo di chiesa, con la scaramanzia dell’ex presidente?

«Provavo a richiamarlo facendogli presente che nella chiesa è peccato; chi è scaramantico confida in fatti esterni della vita, vedi il gatto nero, la scala, lo specchio, e non confida in ciò che è nel cuore e nel buon Dio. Ma Cellino ha alcune convinzioni da sempre quindi in questo è inamovibile. Però veniva alla messa. Solo che a volte pareva che, anche durante i commenti al Vangelo, ne sapesse di più lui. E i ragazzi lo guardavano sorridendo. Ma se uno il coraggio non ce l’ha non può mica darselo, e se alcuni valori non li ha non può mica darseli. Mi resta l’immagine di un uomo in parte fragile e debole».

Monsignor Claudio Paganini mentre officia messa al centro sportivo di Torbole Casaglia - Foto Newreporter Papetti © www.giornaledibrescia.it
Monsignor Claudio Paganini mentre officia messa al centro sportivo di Torbole Casaglia - Foto Newreporter Papetti © www.giornaledibrescia.it

E adesso Giuseppe Pasini.

«Lo stimo tanto perché lui mette sempre la persona al centro. Dà valore ai rapporti umani anche nella scelta dei calciatori ed è davvero aperto al mondo della disabilità, dell’accoglienza, della collaborazione. Lo dimostra anche la nascita della Fondazione Union Brescia. Se Corioni mi ha aperto il mondo alla conoscenza calcistica, Pasini è quello che maggiormente mi rappresenta in tema di cultura sportiva a 360 gradi».

Come si approccia agli sportivi che non sposano la fede cattolica?

«Mi sono imbattuto in dirigenti che obbligavano di presenziare alla messa e non lo ritenevo giusto, ma il più delle volte prevalgono il dialogo, il confronto, aspetti che mi piacciono. Un esempio: David Moss in episcopio mi disse: “Ma come mai alle spalle del vescovo c’è una statua del Papa. Il vostro Dio non è in croce qua, come mai manca il vostro Dio?”. E così nacque una chiacchierata bellissima sul fatto che anche chi non crede nella fede cristiana riconosce che esista un Dio. Ma spesso i ragazzi mi chiedono del matrimonio, dell’indissolubilità dello stesso e vale per ortodossi, musulmani, cristiani. Nella cappella a Torbole avevo messo, oltre al Vangelo, anche un Corano e una Bibbia in cinque lingue: volevo che quello fosse uno spazio per riflettere. Io non devo catechizzare e convertire nessuno, io devo affiancarmi alle persone, aiutarle a crescere e se hanno delle domande rispondere, camminare insieme. Poi sarai la persona con la sua ricerca a cercare di più o di meno».

I giocatori si sentono obbligati a partecipare alla messa alla vigilia dei match?

«Forse una volta sì, ora no. Ma teniamo conto che in un gruppo di 26 ne vengono una ventina. In quale parrocchia c’è una percentuale così alta? Anche perché faccio quella che chiamo lezione divina. Leggo il Vangelo della domenica, poi do ai giocatori in mano una matita rossa e una blu e devono evidenziare le cose che piacciono o non piacciono. E ne nasce un dialogo aperto, un confronto, esce nello sportivo anche la sua parte umana e diventa una ricchezza per allenatore e compagni».

Si ricorda quanti matrimoni e battesimi di sportivi ha officiato?

«Ho perso il contro, davvero, forse il team manager dell’Union Brescia Edoardo Piovani può saperlo. L’ultimo battesimo è stato del figlio del capitano dell’Union Balestrero, il prossimo sarà quello del bimbo di Sandro Tonali».

Monsignor Paganini in Duomo prima di celebrare il matrimonio dell'ex capitano del Brescia Dimitri Bisoli - 
Foto Newreporter © www.giornaledibrescia.it
Monsignor Paganini in Duomo prima di celebrare il matrimonio dell'ex capitano del Brescia Dimitri Bisoli - Foto Newreporter © www.giornaledibrescia.it

Un ricordo speciale?

«I battesimi dei piccoli di Tare e Shopp, ex giocatori del Brescia, che avevano fatto percorsi diversi ma mi chiamarono. Rimango il depositario del loro percorso di fede, così come lo sono per le coppie che sposo. Anche se poi non sono mancate le chiamate per l’annullamento del matrimonio…».

C’è uno sportivo a cui è rimasto particolarmente legato?

«Ce ne sono centinaia, ma se devo fare un nome cito un bresciano ed è Marco Zameblli. Un ragazzo che è sempre andato oltre la partita mettendo tanto impegno e coraggio. Vive quella la cultura sportiva che ho nominato spesso. E spero che arrivi qualcuno in grado di seminare come lui».

Ha un sogno nel cassetto?

«Vivere come crescita collettiva il fatto che Brescia sia Città europea dello sport nel 2028, ma anche diventare padre spirituale di serie A».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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