Union Brescia, il flop fa male come i primi tempi anestetizzati

La scrittrice americana Erica Jong asseriva che «il problema è che se non rischi nulla, rischi ancora di più». Concetto che calza a pennello con alcune partite del Brescia in cui il triplice fischio non ha portato solo con sé la fine delle ostilità, ma anche quel senso di incompiuta, o peggio, di amarezza. La terza sconfitta dell’era Corini, la seconda nelle ultime quattro che ha sancito di fatto che i biancazzurri non sono più squadra da viaggio, quel senso di amarezza che sconfina nello sconcerto l’ha lasciato persistente nel palato. Anche sull’erba dell’AlbinoLeffe Stadium, il «vizietto» del «primo tempo da studio» ha rifatto capolino.
Ed ora, cominciano ad essere troppe le prime frazioni da rimpianto per Balestrero e compagni in cui, per legarsi all’aforisma di cui sopra, la squadra rischia sì poco o nulla dalle avversarie di turno, ma contemporaneamente non rischia neppure, se non nel minimo sindacale, di indirizzare partite ampiamente alla portata, demandando il tutto al secondo tempo. Nel quale però non sempre si riesce a cavare il classico ragno dal buco con il pericolo – e la sconfitta dell'altra sera ne è l’esempio – non solo di non riuscire più nell’obiettivo tre punti, ma addirittura di pagare caro questa prudenza travestita da attendismo o viceversa, visto che sovente (e, nel complesso, anche immeritatamente che fa ancor più rabbia) paga carissimo ogni errore o sporadica occasione altrui: ma anche su questo aspetto ci sarebbe da ragionare.
Il percorso
Soffermandoci solo sui 13 match con il tecnico di Bagnolo Mella al timone, il giallo dell’evidenziatore mette in rilievo i primi tempi di Vercelli e Novara (sono arrivati due pareggi senza gol), così come quello a Zanica. Tutte prime frazioni giocate sotto ritmo, impensierendo poco o per nulla il portiere avversario. Risultato: due punti sui nove in palio. E anche se mister Corini ha affermato più volte che i primi tempi vedono le squadre più fresche e quindi con meno spazi a disposizione e che Gori nel dopo match con l’AlbinoLeffe abbia sottolineato più volte l’ottima fase difensiva che non ha concesso nulla ai seriani, sono altre le parole che ci sentiamo di avallare. E sono sempre di Corini quando dice che il Brescia, soprattutto in questa categoria, indipendentemente da tutto e dalle effettive e contingenti difficoltà dovute alle assenze, ha l’obbligo e comunque le possibilità di giocare sempre per vincere. E quando le partite sono state indirizzate, solo una volta (nell’incredibile debacle a Crema, dove anche lì il primo tempo fu fatale) con la nuova guida tecnica non è andata come previsto. E non consideriamo il primo tempo con il Renate, forse il migliore a livello di prestazione, ma terminato sotto per mera ingiustizia degli dei del calcio.

Il cambio davanti
Ci sono poi alcune considerazioni tecnico-tattiche: posto che Corini, che ha sott'occhio la situazione del gruppo giorno per giorno e che non ci risulti abbia tendenze masochistiche, abbia tutte le più buone ragioni, intenzioni e diritti di scelta, con il senno di poi l’impiego a sorpresa di Di Molfetta – bisognoso certo di minutaggio dopo la lunga assenza, ma al momento molto indietro fisicamente tanto da rivelarsi inconsistente – dal 1’ che ha di fatto modificato l’equilibrio offensivo della squadra che s’è ritrovata solo dopo l'ingresso di Cazzadori, poteva essere meno «impattante». Oltre a qualche prestazione personale più che rivedibile. E quello che infastidisce, squadra e tecnico in primis, è che c’erano tutti i crismi, visto il nuovo ko del Lecco (quello del Vicenza, siamo realisti, cambia poco) per allungare ancor di più sulla terza, mentre ora i punti di distacco si sono ridotti a cinque e le dirette inseguitrici sono diventate due, il Trento e il Renate, avversarie sulle quali comunque il Brescia è in vantaggio negli scontri diretti.
Ma c’è anche una partita in meno. E tutte le possibilità che Balestrero e compagni, oltre a rialzarsi prontamente, conducano in porto l’obiettivo secondo posto. Ma nel modo migliore possibile. Per una post season dove la condizione, ma anche la testa, sono fondamentali. Come farlo? Rischiando di più. Per rischiare meno.
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