La scrittrice americana Erica Jong asseriva che «il problema è che se non rischi nulla, rischi ancora di più». Concetto che calza a pennello con alcune partite del Brescia in cui il triplice fischio non ha portato solo con sé la fine delle ostilità, ma anche quel senso di incompiuta, o peggio, di amarezza. La terza sconfitta dell’era Corini, la seconda nelle ultime quattro che ha sancito di fatto che i biancazzurri non sono più squadra da viaggio, quel senso di amarezza che sconfina nello sconcerto l’ha lasciato persistente nel palato. Anche sull’erba dell’AlbinoLeffe Stadium, il «vizietto» del «primo tempo da studio» ha rifatto capolino.
Ed ora, cominciano ad essere troppe le prime frazioni da rimpianto per Balestrero e compagni in cui, per legarsi all’aforisma di cui sopra, la squadra rischia sì poco o nulla dalle avversarie di turno, ma contemporaneamente non rischia neppure, se non nel minimo sindacale, di indirizzare partite ampiamente alla portata, demandando il tutto al secondo tempo. Nel quale però non sempre si riesce a cavare il classico ragno dal buco con il pericolo – e la sconfitta dell'altra sera ne è l’esempio – non solo di non riuscire più nell’obiettivo tre punti, ma addirittura di pagare caro questa prudenza travestita da attendismo o viceversa, visto che sovente (e, nel complesso, anche immeritatamente che fa ancor più rabbia) paga carissimo ogni errore o sporadica occasione altrui: ma anche su questo aspetto ci sarebbe da ragionare.



