Quaggiotto: «I miei 60 anni vissuti con la palla tra i piedi»

L'ex rondinella era stato anche dirigente nell’era Gino Corioni, oggi è il ritratto della serenità
Classe 1962, Quaggiotto con la maglia del Brescia
Classe 1962, Quaggiotto con la maglia del Brescia

«Oggi compio 60 anni: se ripenso a me, vedo un ragazzino con la palla al piede, il quale come tutti sognava di giocare in serie A. E ci è riuscito. Un giovane prima, un uomo poi, che si è divertito tantissimo». Alessandro Quaggiotto è il ritratto della serenità: nessun dramma nel tagliare un traguardo che ad alcuni mette paura, «anche perché sono sempre stato uno che guarda avanti. E così faccio anche stavolta».

Nasce a Padova il 4 gennaio 1962, ma arriva presto a Brescia per via del lavoro di papà Ugo. Che lo avvia al calcio in Veneto, gli mette nelle vene la passione per il pallone. Peraltro inevitabile visto dove sono collocate le sue case: a 500 metri dal glorioso stadio Appiani quella di Padova, a 500 metri dal Rigamonti quella bresciana. «Ho delle fotografie rimaste indelebili dentro di me: ho visto i primi voli da rondinelle di Altobelli e Beccalossi; ho visto Angelillo allenare, ricordo la speranza di prendere in strada un pallone uscito dal campo per tirarlo nuovamente dentro. E quando poi sono diventato anche io uno di loro, quella finta di Egidio Salvi che mi mandò al bar a prendere il caffè. Gliela ricordo ogni volta che ci vediamo».

La carriera

Una punizione, tra le specialità di Quaggiotto
Una punizione, tra le specialità di Quaggiotto

I primi passi di una carriera fatta di 300 partite da professionista, tre promozioni dalla B alla A con Bologna, Genoa e Brescia, la serie A assaggiata a spizzichi e bocconi. «Un po’ se ci ripenso adesso mi dispiace, avrei voluto giocarci di più, ma non ho affatto rimpianti per la mia carriera. E poi posso dire di aver avuto un allenatore come Lucescu, che senza nulla togliere agli altri era avanti anni luce con i suoi metodi».

Nell’album dei ricordi c’è anche l’esordio col Brescia: tanta emozione nelle gambe e nella testa, lui che calcisticamente è cresciuto come libero, parola oggi in disuso, allora fondamentale per chi poteva disporre di giocatori come Scirea o lo stesso Quaggiotto. Con piedi e testa sempre collegati. «10 gennaio 1982, vent’anni appena compiuti: 1-0 con gol di Cozzella, ma arrivato su una mia punizione respinta dal portiere». Un anno dopo l’infortunio al ginocchio, tra l’altro nella «sua» Padova. E un nuovo capitolo della vita a Ospitaletto. «È stato un bivio importante della mia carriera con Bicicli in panchina. Sono cresciuto come calciatore e come uomo. Peraltro a quei colori sono molto legato ancora oggi».

Giacca e cravatta

Arrivano Bologna, Genoa, Pescara e ancora Brescia, prima di dire addio al campo e di dare il benvenuto alla scrivania, a giacca e cravatta, come dirigente del Brescia che a capo della piramide vedeva suo suocero, Gino Corioni. «Ho avuto la fortuna di vivere due momenti rimasti nella storia delle rondinelle: la vittoria dell’Anglo Italiano a Wembley e quella del Torneo di Viareggio. Quest’ultima è stata una chicca incredibile, con ragazzi come Pirlo, Baronio, Diana, Bonazzoli che poi hanno dimostrato tutto il loro valore».

Oggi il Brescia è... «È essere felice se vince, dispiaciuto se perde, nulla di più. Al Rigamonti non ho messo più piede e non lo farò fino a quando non verrà ricostruito. Un impianto così non ha senso, la città e i tifosi meritano uno stadio diverso e soprattutto nuovo». E il calcio cos’è? «Resta una passione grande: mi manca sentire l’odore dell’erba, vivere lo spogliatoio, il pallone è stato per anni il compagno di vita. Ritornare in questo mondo? Secondo me deve cambiare profondamente, ma mai dire mai». Perché a 60 anni la cosa migliore è solo una: guardare avanti.

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